Slava Ukraïni
Sanzioni, armi e prestiti. I piani dell’Europa per Kiev
Dal 2022 a oggi Bruxelles ha sostenuto l’Ucraina con quasi 200 miliardi di euro in aiuti umanitari e finanziari. Il prestito da 90 miliardi entro il 2027 resta in attesa del via libera del Consiglio, bloccato dal veto ungherese
Il conflitto sul fianco orientale ha riportato il riarmo sui tavoli Ue, con piani per rafforzare il confine a est contro le minacce della Russia, sia militari che di “guerra ibrida”
La presidente del Parlamento europeo Roberta Metsola e il Presidente dell'Ucraina Volodomyr Zelensky, alla sessione speciale di Bruxelles di febbraio 2023 (Julien Warnand, Ansa)
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Von der Leyen: «Un atto di aggressione senza precedenti contro un Paese indipendente: l’obiettivo di Putin non è solo l’Ucraina ma la stabilità europea e la pace internazionale»
«L’ora più buia». «La guerra di Putin». E ancora, «Guerra nel cuore dell’Europa». Titolavano così alcuni dei principali quotidiani italiani la mattina del 25 febbraio 2022, la prima dopo che la Russia aveva iniziato l’invasione su larga scala dell’Ucraina. Tre parole ricorrenti: «guerra», «Putin», «Europa». Ursula von der Leyen, già allora presidente della Commissione, accusò senza mezzi termini il Presidente russo di «riportare la guerra in Europa» per la prima volta dal 1945. «Stiamo affrontando un atto di aggressione senza precedenti da parte della leadership russa contro un Paese sovrano e indipendente: l’obiettivo della Russia non è solo il Donbas, non è solo l'Ucraina, è la stabilità in Europa e l'intero ordine di pace internazionale. E chiederemo conto a Putin di questo».
Dichiarazioni a cui ben presto hanno fatto eco – oltre ai messaggi dei leader nazionali – anche le parole dell’ex Presidente del Consiglio Ue, Charles Michel, e dell’ex Alto Rappresentante, Josep Borrell. Piena solidarietà al popolo ucraino, ferma condanna della Russia, sostegno all’indipendenza, sovranità e integrità territoriale dell’Ucraina entro i confini riconosciuti a livello internazionale. Ma soprattutto, con un termine che di lì a poco sarebbe diventato proverbiale, l’annuncio di un «massiccio pacchetto di sanzioni progettate per danneggiare pesantemente gli interessi del Cremlino e la sua capacità di finanziare la guerra».
Negli ultimi quattro anni, l’Unione europea ha ufficializzato 19 pacchetti di sanzioni, con il 20° ancora in attesa di ratifica dopo che per molto tempo Bruxelles avesse indicato come deadline proprio il quarto anniversario dell’invasione. Lo slittamento è un aspetto tutt’altro che banale ma che, al contrario, contribuisce a restituire un’immagine di un’Europa talvolta molto frammentata sul piano della risposta politica ed economica all’aggressione russa. I motivi sono da ricercare in interessi molteplici e difformi a seconda delle latitudini, che da decenni legano il Vecchio Continente alla Federazione russa.
I primi settori a venire colpiti dalle sanzioni sono stati quello finanziario e quello commerciale, con l’esclusione delle grandi banche russe dal sistema di telecomunicazione Swift usato a livello globale e il congelamento delle riserve della banca centrale e degli asset riconducibili a oligarchi e funzionari del Cremlino. In maniera progressiva l’Ue ha limitato o vietato l’export, concentrandosi sui beni cosiddetti “dual use” – ovvero utili in campo civile e militare – dall’elettronica fino alle componenti industriali. La stretta europea si è poi spostata sul fronte dei trasporti e dei media, portando sotto i riflettori i rischi legati alla propaganda filoputiniana che intanto, in Russia, continuava a descrivere la guerra come una “operazione speciale”.
Più delicato è stato invece il capitolo energetico: con l’Europa largamente dipendente dalle forniture russe, Bruxelles ha messo in campo una vera e propria task force per avviare un embargo progressivo al carbone, un price cap al greggio e una serrata tabella di marcia per chiudere definitivamente i rubinetti ai gasdotti e oleodotti diretti nel mercato Ue. Facile a dirsi, molto meno a farsi. Diversi Paesi – Ungheria e Slovacchia su tutti – si sono ripetutamente opposti all’iniziativa comunitaria, sottolineando l’impossibilità di svincolare le proprie reti dalle forniture di colossi come Gazprom e degli oleodotti Druzhba e TurkStream. Soltanto a fine gennaio il Consiglio è riuscito a dare via libera al phase out totale entro il 2027, dopo una serie di rinvii e ritardi accumulati per via dei veti posti principalmente da Budapest e Bratislava che adesso, pur a fronte delle garanzie ricevute dall’Ue, minacciano di fare ricorso alla Corte di Giustizia contro i «diktat di Bruxelles». Negli anni, però, l’Europa sembra aver imparato, se non la lezione, quanto meno una scappatoia per ovviare all’atavica questione dei veti: traslando alcune decisioni sul piano economico anziché politico – quindi inserendole in regolamenti di mercato piuttosto che in pacchetti di sanzioni – il sistema dell’unanimità viene legalmente accantonato in favore della maggioranza qualificata, rendendo possibile il via libera anche a fronte della contrarietà di alcuni Stati.
Secondo le stime di numerosi osservatori internazionali, le sanzioni Ue hanno ridotto fino al 10% il Pil reale della Russia, con una crescita strutturalmente debole intorno all’1,5% annuo nel medio periodo. Un ridimensionamento figlio soprattutto delle sanzioni energetiche: la quota russa nelle importazioni Ue di combustibili fossili è crollata dal 25% a meno del 5%, con un taglio di oltre il 90% dei flussi di petrolio via mare e un crollo dei pagamenti europei da circa 16 miliardi ad appena 1 miliardo nel primo anno di guerra. Per Mosca, questo ha significato entrate energetiche più basse e più instabili, compensate solo in parte dalla deviazione dell’export verso i mercati asiatici, soggette a forti sconti e a una maggiore dipendenza da un numero ristretto di acquirenti.
Sul fronte petrolifero si è consumata invece la delicata sfida dell’elusione. Il Cremlino ha rimpolpato la cosiddetta flotta fantasma, centinaia di navi battenti bandiera di Paesi terzi e coperte da assicurazioni non occidentali, legate a complessi schemi societari offshore ma impegnate a solcare le acque dell’Europa settentrionale per trasportare il greggio russo. Nel 2024 la svolta: il 14° pacchetto di sanzioni apre alla possibilità di inserire nella black list singole navi ritenute componenti della flotta fantasma. In questo modo l’Ue è riuscita a colpire decine di imbarcazioni che continuavano a infestare i mari del Nord eludendo le sanzioni, ma garantendo alla Russia introiti sensibilmente più bassi dello standard (a fine 2025 il greggio Urals oscillava sui 34 dollari al barile, mentre il Brent viaggiava a 61).
Non ultimo, l’aspetto militare. In risposta alle tensioni in Ucraina, sulle agende europee è rispuntata una parola che si credeva sigillata negli archivi del Novecento: riarmo. Con un piano da 850 miliardi nato come «RearmEu» e poi ribattezzato in un più placido «Readiness2030», l’Ue è tornata a affrontare la guerra anche dal punto di vista della produzione industriale, trovandosi nell’ovvia condizione di dover scrostare decenni di polvere dai macchinari tenuti accesi solo da consegne routinarie e non certo da un’economia di guerra. Secondo la narrazione quotidiana, non ci sarebbe stato neanche un minuto da perdere. «La Russia è pronta a attaccare l’Europa entro la fine del decennio» tuonava Mark Rutte, segretario generale di una Nato impegnata a convincere i suoi Stati membri a innalzare fino al 5% il budget per la Difesa entro il 2035.
Se c’è un’altra cosa che l’Europa ha imparato dal conflitto in atto, è che la guerra nel Ventunesimo Secolo non si combatte solo con le armi tradizionali. Dato per assodato il passaggio di Kiev «da granaio d’Europa a superpotenza dei droni» (si veda l’approfondimento di Federico Bosco su ItalyPost del 23 febbraio 2026), l’uso massiccio di quelli che tecnicamente si chiamano «aeromobili a pilotaggio remoto» ha messo a dura prova la tenuta dei sistemi di difesa lungo il fianco orientale, frontiera tanto dell’Ue quanto della Nato. L’estate 2025 ha visto deflagrare in mezza Europa la cosiddetta guerra ibrida: interferenze ai sistemi informatici e conseguenti dirottamenti di velivoli, ma anche sconfinamenti di mezzi militari russi nello spazio aereo Ue, dalla Romania all’Estonia. E ancora, esercitazioni sul confine finlandese e bielorusso, ma anche attacchi hacker che hanno mandato in tilt gli aeroporti di Monaco, Bruxelles, Amsterdam e altre città.
Già a luglio l’attuale Alta Rappresentante, Kaja Kallas, parlava di «campagne ibride sistematiche» attribuite alla Russia, volte a minare «la sicurezza e le fondamenta democratiche dell’Ue e degli Stati membri». Da qui la necessità di rafforzare la protezione delle infrastrutture critiche, migliorare la mobilità militare interna e coordinare meglio la risposta europea ai rischi legati a un’escalation delle tensioni in Ucraina e al potenziale allargamento dell’area dello scontro all’intera Unione. Con investimenti senza eguali nel campo della difesa: secondo il commissario Andrius Kubilius, l’Europa stanzierà circa 6.800 miliardi entro il 2035, «un vero big bang nel finanziamento militare».
«I piani di Putin ci impongono di essere pronti prima del 2030, per prevenire la guerra e preservare la pace», affermava Kubilius ormai qualche mese fa. A quattro anni dall’invasione russa e in attesa del via libera al 20° pacchetto di sanzioni, il sistema dei veti – e il “no” dell’Ungheria – impedisce a Bruxelles di approvare in via definitiva il nuovo prestito da 90 miliardi per l’Ucraina. Tanti soldi da qui al 2027, ma al di sotto di quanto stimato dal Fondo monetario internazionale per sopperire interamente al fabbisogno di Kiev. Il tutto mentre i missili caduti nelle scorse ore su Kiev e Leopoli accompagnano l’Ucraina, l’Europa e il mondo intero al compimento del quarto anno consecutivo di guerra.




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