Competitività
Il piano di Bruxelles per proteggere l’industria dalla competizione cinese
Con l’Industrial Accelerator Act soglie “Made in Eu” per auto, energivore e tecnologie pulite. Séjourné: «L’Europa risponde al comportamento di Pechino»
Il commissario all’Industria, Stéphane Séjourné, presenta l'acceleratore industriale (Claudio Centoze, EC, Audiovisual Service)
BRUXELLES – Dopo settimane di discussioni e rinvii, il “Made in Europe” approda definitivamente sulle agende dell’Unione europea e punta a riscrivere il paradigma della politica industriale del Vecchio Continente. Un cambio di passo «impensabile» fino a pochi mesi fa secondo il commissario all’Industria, Stéphane Séjourné, che ieri mattina ha presentato ufficialmente la proposta adottata dall’esecutivo. Con le norme contenute nell’Industrial Accelerator Act (Iaa), Bruxelles mira a rafforzare il proprio settore industriale portando il peso della manifattura dall’attuale 14% del Pil al 20% entro il 2035, in sintonia con il rafforzamento del mercato interno.
Per farlo, verranno introdotte clausole di preferenza per la produzione europea e soglie legate alle basse emissioni di carbonio nei «tre pilastri» del comparto Ue: industrie energivore, tecnologie pulite (comprese batterie, fotovoltaico e nucleare) e automotive. A partire dal 2029 l’Iaa introdurrà quote minime di prodotti a basso contenuto di carbonio e di origine europea per alluminio (25%) e cemento (5%), mentre l’acciaio sarà soggetto solo a un requisito minimo “low carbon” (25%) ma niente vincoli di provenienza: senza il soddisfacimento di questi target, non sarà possibile accedere ad appalti, aste e sussidi pubblici, né a supporti alla produzione.
Una delle discussioni più accese che ha contribuito a far slittare l’adozione del pacchetto riguarda il coinvolgimento di Paesi terzi negli accordi “Made in Eu”. Presentando l’acceleratore industriale, il commissario ha sottolineato che la proposta si concentra «sul luogo di produzione anziché sulla nazionalità dell’azienda». Tradotto, «i nostri partner di fiducia saranno inclusi nel programma a condizione che rispettino i propri impegni di reciprocità», mentre «escluderemo quelli che non rispettano le regole o che rappresentano un rischio per la nostra sicurezza economica». Non una lista di Paesi, ma un chiaro messaggio tra le righe: blindare il mercato europeo dalla Cina lasciando invece aperta la porta a una quarantina di Capitali dotate di normative simili a quelle europee nel campo degli appalti pubblici, o che hanno già siglato con Bruxelles un accordo di libero scambio o un’unione doganale.
La posizione di Séjourné appare piuttosto netta: «L’Europa sta solo adottando criteri standard già da tempo in uso altrove. In Cina non si entra senza un partner locale o con una joint venture a maggioranza europea». Non una cieca spinta protezionistica, bensì un adeguamento della politica industriale comunitaria a «standard del commercio internazionale» nel tentativo di colmare un ritardo per lo meno ventennale dell’Europa nei confronti proprio di Pechino, da cui ha origine il gap produttivo e competitivo che ha reso necessario questo «cambio di dottrina» introdotto con l’acceleratore industriale.
Non ultimo, l’automotive. La Commissione vuole introdurre criteri di preferenza per auto elettriche assemblate interamente in Ue, con il 70% della componentistica proveniente dalla filiera comunitaria ad eccezione delle batterie, che dovranno però contare su almeno 3 parti «strategiche» prodotte in Europa, comprese le celle. In un contesto geopolitico tormentato «anche per la chiusura dello stretto di Hormuz» e con rischi per l’accesso alle materie prime, «abbiamo fatto questa scommessa per ragioni industriali, di sicurezza economica e di occupazione strategica» per circa 60 mila lavoratori in tutta Europa, ha ricordato Séjourné.
Le nuove norme toccano poi anche il settore degli investimenti esteri, con l’obiettivo di rendere l’Europa «una base industriale completa, non solo una piattaforma di assemblaggio». Gli investimenti superiori a 100 milioni di euro in settori strategici (batterie, veicoli elettrici, energia solare, materie prime critiche) oppure provenienti da Paesi che controllano più del 40% della capacità produttiva globale, saranno autorizzati solo se rispetteranno almeno quattro di questi sei nuovi criteri: trasferimento di know-how, partecipazione straniera limitata al 49% del capitale, joint-venture con aziende Ue, investimento dell'1% del fatturato globale in ricerca e sviluppo in Europa, provenienza dalla filiera europea del 30% della componentistica. Garantire almeno il 50% di lavoratori europei costituirà invece un vincolo inderogabile.
Tra le altre misure contemplate dall’Iaa, la creazione di aree di accelerazione industriale e di poli destinati ad attrarre investimenti per la decarbonizzazione, ma anche l’introduzione di uno sportello unico digitale per snellire le procedure autorizzative. In vista della fase negoziale con Parlamento e Consiglio, il commissario Séjourné ha esortato i colegislatori a fare in fretta: «Quanto più velocemente approveremo questo testo, maggiore sarà la stabilità normativa», presentata come un elemento indispensabile nel difficile contesto internazionale.

20%
Obiettivo quota del manifatturiero sul Pil per il 2035
25%
Quota minima di prodotti di origine Ue per alluminio
5%
Quota minima di prodotti di origine Ue per cemento
70%
Quota componentistica europea per requisito preferenziale su auto elettriche



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