05 Marzo 2026 | 23:23

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S.M.

05 Marzo 2026, 20:00

La scheda

L’acceleratore industriale di Bruxelles introduce clausole “buy European” su energivore, automotive e clean tech

L’Industrial Accelerator Act (Iaa) presentato dalla Commissione europea punta a invertire il declino manifatturiero del Vecchio Continente, portando il peso dell’industria dal 14% al 20% del Pil entro il 2035. Il regolamento introduce per la prima volta un robusto insieme di preferenze “Made in Europe” e requisiti low carbon per accedere ad appalti, aste e sussidi pubblici, con l’obiettivo di rafforzare il mercato interno e ridurre le dipendenze strategiche esterne, su tutte quelle cinesi.

Diviso tra letture ottimistiche per una svolta in termini di politica industriale attesa da tempo e altre che, invece, sottolineano i rischi di una svolta protezionistica dell’Europa, l’Iaa si applica ai «tre pilastri» della manifattura continentale: imprese energivore (acciaio, alluminio, cemento), tecnologie pulite (rinnovabili, nucleare, fotovoltaico, batterie) e automotive. La proposta, adottata dall’esecutivo e attesa dai negoziati con Parlamento e Consiglio, prevede l’introduzione a partire dal 2029 di quote minime di prodotti a basse emissioni e di origine europea per l’alluminio (25%) e il cemento (5%). Per l’acciaio è previsto invece solo un requisito low carbon del 25% ma niente vincoli di provenienza, una decisione che ha suscitato il malcontento della siderurgia.

Uno dei nodi politici principali riguarda l’inclusione dei partner extra-Ue all’interno del perimetro “Made in Europe”. Il testo, ha spiegato il commissario all’Industria, Stéphane Séjourné, privilegia il luogo di produzione rispetto alla nazionalità dell’azienda: ammessi i “partner di fiducia” che garantiscono reciprocità negli appalti e non rappresentano un rischio per la sicurezza economica, esclusi invece gli operatori di Paesi che non rispettano le regole del commercio o che alimentano dipendenze critiche, con un chiaro riferimento alla Cina. Secondo Séjourné, l’Europa non fa che allinearsi a criteri già in vigore da anni in altre grandi economie, trasformando il «cambio di dottrina» industriale in una risposta al gap competitivo accumulato proprio nei confronti di Pechino.

Particolarmente stringenti sono le condizioni previste la produzione di auto elettriche: per beneficiare di incentivi o sussidi, i veicoli dovranno essere assemblati integralmente nell’Ue e con il 70% della componentistica proveniente dalla filiera comunitaria. Le batterie resteranno parzialmente escluse da questo conteggio, ma dovranno comunque includere almeno tre componenti strategici – comprese le celle – prodotti in Europa, nel tentativo di riportare a valle una parte della catena del valore oggi concentrata in Asia.

Il regolamento interviene anche sugli investimenti esteri nei settori strategici superiori ai 100 milioni, che saranno autorizzati solo se rispetteranno almeno quattro su sei condizioni predefinite: tra queste, tetti al 49% per la partecipazione straniera, obbligo di joint venture con partner Ue, requisiti di trasferimento di know-how, impegni minimi di ricerca e sviluppo in Europa e quote di contenuto locale nella componentistica, mentre l’impiego di almeno il 50% di lavoratori europei sarà un vincolo non negoziabile.

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