Ambiente
L’Ue studia modifiche «mirate» agli Ets. Più flessibilità e aiuti di Stato alle imprese
Mentre l’Italia spinge per una «revisione profonda», otto Paesi insorgono: no a «modifiche radicali»
La presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen (Epa/Ronald Wittek, Ansa)
BRUXELLES – Il futuro dell’Ets, il sistema che regolamenta lo scambio di emissioni di carbonio in Europa, è appeso al doppio filo della narrazione istituzionale e delle mosse negoziali. Sì alle modifiche ma niente sospensione per un sistema «necessario» che «nel complesso ha funzionato», ha ribadito mercoledì da Strasburgo la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen. Dichiarazioni che difendono l’impostazione dell’Ets, sottolineandone l’impatto «fondamentale» nel contenimento dei costi energetici: «Senza l’Ets consumeremmo attualmente 100 miliardi di metri cubi di gas in più, e questo ci renderebbe ancora più vulnerabili e dipendenti».
Nel suo intervento in Aula dal sapore programmatico, von der Leyen ha indicato la direzione da seguire in vista dell’imminente Consiglio europeo del 19 e 20 marzo. Apertura a possibili «misure mirate» per non interrompere la transizione verde né turbare la stabilità dei mercati, senza però fare marcia indietro sull’applicazione del sistema. Secondo alcune indiscrezioni rilanciate da Bloomberg, tra le novità allo studio di Palazzo Berlaymont ci sarebbe innanzitutto l’introduzione di una maggiore flessibilità sul mercato.
Un allentamento temporaneo delle regole sulla concessione delle quote gratuite alle aziende consentirebbe di emettere un numero più elevato di permessi, ricalibrando la cosiddetta “Riserva di Stabilità” sul mercato attraverso una riduzione della quantità in essa trattenuta per scongiurare improvvisi innalzamenti di prezzo. Un’altra opzione riguarda invece la possibilità di semplificare l’ottenimento dei permessi gratuiti per quei settori maggiormente soggetti al “carbon leakage”, ovvero la delocalizzazione produttiva in Paesi dotati di normative ambientali più permissive come strumento per contrastare gli alti costi dell’energia.
E poi c’è il tema degli aiuti pubblici, con cui i Ventisette possono intervenire a sostegno dei settori industriali. Ieri mattina la vicepresidente esecutiva della Commissione, Teresa Ribera, ha aperto all’idea di rivedere – sia pure in via temporanea – il regolamento europeo sugli aiuti di Stato all'industria (Cisaf) per far fronte al caro energia che grava sul settore industriale europeo, ulteriormente colpito dalle ripercussioni sui mercati globali legate al recente riacutizzarsi delle tensioni in Medio Oriente.
Fin qui, la posizione ufficiale assunta dalle istituzioni europee. Tutt’altra faccenda, invece, le scelte di campo dei singoli Stati membri, a cominciare dall’Italia. Il nostro Paese ha da tempo alzato la posta chiedendo a Bruxelles di «sospendere l’attuale sistema Ets» in attesa di una «profonda revisione», come dichiarato lo scorso 26 febbraio dal ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, in occasione di un vertice con gli omologhi europei nella quartier generale dell’Ue.
Un primo spiraglio lo aveva aperto proprio quell’occasione il commissario all’Industria, Stephane Sejourné, sostenendo che la necessità che l’Ets torni ad essere «uno strumento di investimento e non più percepito come uno strumento di tassazione». Intervenendo a margine dell’audizione in Senato, è stato lo stesso Urso a puntualizzare che l’Italia sia nelle condizioni di «raggiungere un ampio livello di consenso in Europa».
Lo scorso 10 marzo è stata proprio l’Italia, insieme a Germania e Belgio, a riunire ventuno leader europei in una videoconferenza informale in vista del vertice di Bruxelles. Ma se Roma si dice fiduciosa in vista di misure «significative, concrete, immediate ed efficaci» che potranno arrivare dall’Ue, compresa una «revisione sostanziale» del meccanismo Ets legata alla «fase emergenziale» in cui versa il Vecchio Continente, in almeno otto capitali la situazione è ben diversa.
«Apportare cambiamenti fondamentali all'Ets, mettere in discussione lo strumento stesso o sospenderlo costituirebbe un passo indietro molto preoccupante» è l’allarme lanciato da Danimarca, Finlandia, Lussemburgo, Paesi Bassi, Portogallo, Slovenia, Spagna e Svezia. Nel non-paper congiunto, i Paesi europei che più di tutti hanno investito in rinnovabili sottolineano i rischi sotto il profilo dell’ambizione climatica ma anche perché, affermano, intaccare il «pilastro della politica climatica dell'Ue» potrebbe indebolire «i segnali di prezzo del carbonio che sostengono gli investimenti e la stabilità del mercato».
Secondo il blocco di firmatari, la stabilità del sistema Ets «come strumento di determinazione del prezzo del carbonio» è «fondamentale» per attrarre investimenti e offrire «visibilità a lungo termine ai settori industriali» dei Paesi europei. Possibile via libera ad «eventuali adeguamenti mirati», no secco a modifiche radicali che «distorcerebbero la parità di condizioni» penalizzando «gravemente» chi ha già «investito e innovato nella decarbonizzazione».
Tradotto, loro stessi. Come quasi sempre accade nel complesso funzionamento europeo, dove la ricerca di un equilibrio tra i Ventisette deve fare i conti con gli interessi peculiari di ciascuno rendendo quasi un obbligo il ricorso alla nobile arte del negoziato. Le carte sono quasi tutte sul tavolo e il quadro di alleanze appare piuttosto definito, in attesa che il vertice del Consiglio Ue riporti vis-à-vis i capi di Stato e di governo europei.



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