Burocrazia
È scontro sul 28° regime Ue per le imprese: «Non supera le norme giuridiche nazionali»
Secondo la bozza, il regolamento non si applicherà solo alle startup. Ma la gestione delle controversie rimane ai tribunali nazionali. Critiche dal comitato promotore della norma: solo un «rattoppo»
Parlamento Ue (Shutterstock)
BRUXELLES – La prima fotografia di quello che sarà il 28° regime fiscale per le imprese in Europa lascia con l’amaro in bocca un po’ tutti, a cominciare da chi ha promosso l’iniziativa. Con una nota piuttosto dura, il comitato Eu Inc (lo stesso nome della misura così come battezzata dalla Commissione europea) punta il dito contro la prima bozza del regolamento che è cominciata a circolare ormai da qualche giorno, in vista della presentazione ufficiale attesa per il 18 marzo. Il documento «contiene molti miglioramenti, ma fallisce comunque nel vero obiettivo principale: realizzare un unico vero standard europeo che crei sicurezza legale per le startup» è la critica avanzata dal network che ha riunito non meno di 15mila realtà dell’ecosistema imprenditoriale in giro per l’Europa.
Presentando l’iniziativa, la Commissione aveva annunciato la nascita di un nuovo regime fiscale – il 28°, appunto – in modo da superare le diverse regolamentazioni nazionali e fungendo, così, da leva per l’innovazione. Il tutto partendo da una considerazione, che fa da sfondo anche al Rapporto presentato da Mario Draghi sulla competitività: l’Europa ha la leadership del talento, ma la sua frammentazione normativa la rende un terreno ancora troppo poco fertile per una trasformazione in scala, mantenendo gli Stati Uniti ancora la destinazione migliore in cui installare una startup.
La bozza del regolamento apre le disposizioni fiscali a imprese di ogni dimensione e non più solo alle startup, così come invece trapelato negli scorsi mesi. Le imprese Eu Inc potranno nascere da zero o dalla trasformazione, fusione o scissione di società già esistenti, secondo precise norme applicabili direttamente e in maniera univoca in tutta Europa. La registrazione delle nuove imprese avverrà online, nel giro di massimo 48 ore e al costo non superiore a 100 euro tramite la piattaforma Bris, con dati condivisi automaticamente e senza il bisogno di ripresentarli per aprire delle filiali.
«Allo stato attuale, anziché istituire un vero e proprio 28° regime, la proposta sembra rimettere l’interpretazione giuridica ai tribunali nazionali e la registrazione ai registri nazionali», avvertono però dal comitato Eu Inc, definendo il sistema Bris nient’altro che un «rattoppo» alle 27 normative tutt’ora vigenti in Europa. Le imprese nate sotto il nuovo ombrello rimarrebbero comunque registrate all’interno di uno dei 27 Stati membri, seguendone le relative norme fiscali e previdenziali e contribuendo ad alimentare il rischio di un “effetto Delaware”, ovvero la spinta a registrarsi nel Paese dotato del sistema più conveniente – fiscale, ma anche giuridico – così come insegna il caso dello Stato americano diventato patria di startup e big tech.
Da qui, la richiesta esplicita di istituire un «tribunale centrale per la risoluzione delle controversie», così da poter superare le «prassi commerciali difformi» in vigore nei singoli Paesi Ue. E poi la creazione di un «registro comune e una banca dati in tempo reale», elementi del tutto assenti nell’ultima versione del documento. Infine, sul piano dei diritti dei lavoratori, il regolamento EU Inc così come presentato crea una nuova cornice giuridica comune, digitalizzando molte fasi della vita di un’impresa e agendo per snellire costi e burocrazia, ma lasciando scoperti nodi decisivi come fisco e lavoro che alimentano anche i timori delle associazioni sindacali.
Sul fronte dei piani azionari per i dipendenti, la bozza esclude chi possiede (o ha posseduto nei due anni precedenti) oltre il 25% dei diritti di voto o degli utili, impone di tenere i warrant per almeno due anni e fa scattare la tassazione al momento della vendita, sulla plusvalenza tra prezzo di cessione e di acquisto. L’aliquota effettiva, invece, resta nelle mani dei singoli Stati membri, a cui spetta garantire un trattamento non al di sotto degli standard previsti dai loro attuali regimi nazionali.
La Commissione guidata da Ursula von der Leyen preme da tempo su questo dossier, al punto da accarezzare l’idea di optare non per il “classico” framing del regolamento (che richiederebbe il voto unanime degli Stati membri) bensì per l’articolo 114 del Trattato sul funzionamento dell’Ue, in virtù del quale sarebbe sufficiente raggiungere la maggioranza qualificata in sede di Consiglio per approvare la misura.



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