Mercato unico
Bruxelles presenta il piano per le “imprese europee”. Promesso un registro unico digitale per le nuove società
Von der Leyen fa i conti con la ritrosia degli Stati a cedere la loro attrattività. Il sistema Eu Inc rimane vincolato a norme nazionali
La presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen (Epa/Olivier Hoslet, Ansa)
BRUXELLES – In attesa del vertice dei ventisette leader europei, a Bruxelles è il giorno di Eu Inc, il 28° regime fiscale per le imprese. La presentazione ufficiale da parte della Commissione conferma l’intenzione di trasformare quello che fin qui è stato uno slogan piuttosto innovativo in una infrastruttura giuridica concreta. Presentando il pacchetto, Ursula von der Leyen ha rivendicato l’intenzione di creare «un’Europa e un Mercato entro il 2028». Molte delle criticità segnalate nelle prime bozze restano tuttavia sul tavolo, compensate solo in parte da promesse e impegni di natura politica. Il nuovo assetto societario digital-by-default non sostituisce i quadri nazionali, ma li affianca come cornice a disposizione delle imprese alternativa rispetto agli ordinamenti esistenti, senza spezzare davvero il legame con il diritto del Paese di registrazione.
Sul terreno della semplificazione, l’esecutivo conferma ciò che le prime bozze avevano già lasciato intravedere: registrazione totalmente online in 48 ore, al costo non superiore a 100 euro, senza capitale minimo obbligatorio e con un ciclo di vita societario pensato in chiave digitale fino alla liquidazione. Il principio once only traduce l’idea al centro del rapporto Draghi sulla competitività: meno frammentazione procedurale per trattenere talento e innovazione in Europa, offrendo alle startup una corsia veloce che oggi spesso trovano solo negli Stati Uniti.
Proprio qui, però, riaffiorano i nodi già emersi nelle analisi delle prime bozze del testo: la società resterà incorporata in uno dei 27 Stati membri, soggetta al relativo diritto del lavoro e alle rispettive regole fiscali, con la conseguenza di mantenere intatto il rischio di effetto Delaware che aveva alimentato più di una preoccupazione. La Commissione prova a rispondere inserendo una blacklist di pratiche vietate e ribadendo che le imprese Eu Inc saranno trattate come le imprese nazionali, ma senza mettere in discussione la libertà di scegliere il Paese più conveniente come giurisdizione di riferimento. E lo stesso vale per i diritti sociali: le norme previdenziali non vengono toccate dal nuovo regime e continueranno ad applicarsi secondo la legislazione vigente dello Stato di registrazione, lasciando ai singoli ordinamenti la gestione delle questioni sindacali.
Sul fronte giuridico, nonostante le richieste di un tribunale centrale a livello comunitario per garantire interpretazione uniforme e tempi rapidi sulle controversie, la Commissione sceglie di non forzare troppo la mano sulle sovranità nazionali optando per una via intermedia. Niente corte europea dedicata, ma un invito agli Stati a istituire camere giudiziarie ad hoc per le Eu Inc, così da assicurare almeno una competenza concentrata e una giurisprudenza più coerente. Quanto all’assenza di un registro comune con banca dati in tempo reale, dal Berlaymont confermano la creazione di un registro centrale Ue dedicato alle nuove società, con processi digitali standardizzati dopo una prima fase di assestamento in cui Eu Inc si appoggerà a un’interfaccia unica basata sul Bris almeno fino al 2028.
La questione più delicata resta poi quella sugli ecosistemi startup, fisco e stock option. La proposta conferma che i piani azionari dei dipendenti saranno tassati al momento della vendita e non alla concessione, ma rinvia agli Stati membri la definizione delle aliquote e delle condizioni specifiche, affidando a pacchetti paralleli come l’Omnibus sulla semplificazione il compito di ridurre oneri fiscali e distorsioni. La partita sul 28° regime, insomma, si mantiene più incerta che mai: la digitalizzazione delle procedure è già scritta nero su bianco, ma l’armonizzazione sostanziale su fisco, lavoro e giurisdizione dipenderà dal negoziato con Parlamento e Consiglio. La Commissione vorrebbe chiudere già entro il 2026, ma dovrà fare i conti con la ritrosia degli Stati a rinunciare a un pezzo della loro attrattività competitiva.



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