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Simone Matteis

20 Marzo 2026, 20:00

Guerra in Ucraina

Tutti uniti sull’Iran ma (ancora) divisi su Kiev

I leader a una sola voce su Teheran, Gaza e Libano, ma non sull'Ucraina. Intanto Orbán minaccia di bloccare anche il nuovo bilancio europeo

Tutti uniti sull’Iran ma (ancora) divisi su Kiev

Il Primo ministro ungherese Viktor Orbán (Epa, Olivier Matthys, Ansa)

Davanti allo specchio della geopolitica l’Unione europea si riscopre per quel che è, coesa nel tentativo di cambiare marcia sul conflitto in Medio Oriente ma ancora divisa sul dossier ucraino tenuto in stallo dalle fragilità del meccanismo decisionale. Nelle conclusioni approvate al termine del Consiglio Ue, i 27 capi di Stato e di governo descrivono l’escalation nel Golfo come una «minaccia alla stabilità regionale e globale» e chiedono una «riduzione immediata delle tensioni», con richiami espliciti al rispetto del diritto internazionale, alla tutela dei civili e alla protezione di infrastrutture energetiche e idriche.

L’Ue condanna i lanci di missili e droni attribuiti a Teheran contro i Paesi vicini e si riallaccia alla richiesta del Consiglio di sicurezza dell’Onu per fermare gli attacchi e mantenere aperto lo Stretto di Hormuz, crocevia vitale per il traffico energetico mondiale. Bruxelles intende seguire da vicino le ricadute della crisi sui prezzi dell’energia e sulle catene di approvvigionamento, ma anche il possibile scoppio di un’emergenza migratoria. Sul fronte nucleare, i Ventisette ribadiscono infine che Teheran non può in alcun caso dotarsi dell’arma atomica e chiedono il pieno ritorno alla cooperazione con l’Agenzia internazionale.

In merito al conflitto israelo‑palestinese l’Ue spinge sul piano umanitario: la «insostenibile» situazione a Gaza e in Cisgiordania desta «grave preoccupazione» tra i leader, che riaffermano come l’unico sbocco politico resti la soluzione a due Stati sulla base delle risoluzioni Onu. L’Europa si dichiara pronta a rafforzare le proprie missioni civili e di frontiera, lavorando alla riapertura del valico di Rafah e utilizzando anche il corridoio marittimo dal Mediterraneo orientale per l’invio di aiuti. Sul piano politico, il Consiglio critica l’espansione degli insediamenti israeliani nei territori occupati e il moltiplicarsi degli episodi di violenza da parte dei coloni, preannunciando possibili ulteriori misure nei confronti dei soggetti responsabili.

Quanto al Libano, le conclusioni descrivono uno scenario «estremamente preoccupante» di cui si denuncia il deterioramento delle condizioni di sicurezza, l’aumento degli sfollati e l’aggravarsi della crisi umanitaria: l’Ue stigmatizza la scelta di Hezbollah di intervenire a fianco dell’Iran nelle ostilità con Israele e chiede il pieno rispetto delle risoluzioni Onu, ribadendo «incrollabile sostegno» all’Unifil e condannando gli «inaccettabili» attacchi contro i caschi blu.

Fin qui un quadro esterno relativamente compatto che contrasta, però, con le divisioni interne registrate sul capitolo Ucraina. La linea di lungo periodo a favore di Kiev viene sostenuta da tutti i leader all’infuori dei “soliti noti”, l’ungherese Viktor Orbán e lo slovacco Robert Fico. Il punto critico però riguarda il piano operativo, con il prestito da 90 miliardi concordato a dicembre che rimane bloccato per la strenua opposizione di Budapest, con Bratislava subito in scia. Per concedere il via libera è necessario approvare una serie di cavilli burocratici che impattano sul budget comunitario, sui quali Orbán ha affermato che continuerà a porre il veto finché non saranno sbloccati i fondi europei ancora trattenuti per l’Ungheria in risposta a quelle che Bruxelles considera violazioni dello stato di diritto, oltre che ai ritardi nella riparazione dell’oleodotto Druzhba intestate all’Ucraina.

Per il premier polacco Donald Tusk, formalmente al fianco di Orbán nel blocco di Visegrád, le mosse del Presidente ungherese costituiscono un atto di «sabotaggio» rispetto alla direzione intrapresa dai Ventisette, ancor di più considerato che il prestito per Kiev era stato concordato a dicembre con una clausola opt-out che tenesse in debito conto le rimostranze di Orbán, esentandolo dagli oneri. Questioni che impattano sul futuro del sostegno finanziario all’Ucraina ma anche sul nuovo bilancio settennale dell’Ue, anche se le sorti del leader magiaro potrebbero ben presto mutare: secondo i sondaggi e nonostante la «sicurezza» dichiarata da Orbán alla stampa internazionale, dopo 16 anni alla guida del Paese e nelle sale nel Consiglio Ue, l’esito delle elezioni del prossimo 12 aprile appare tutt’altro che scontato.

Così Orban tiene in stallo il prestito per Kiev

A dicembre il via libera al prestito Ue da 90 miliardi per Kiev è arrivato grazie a un compromesso: i 27 Stati hanno approvato politicamente lo strumento, ma solo in 24 si sono impegnati a coprirne i costi. Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca sono state esentate, ottenendo così una “uscita finanziaria” che ha permesso a Orbán di non bloccare l’intesa di principio. L’esenzione però riguarda solo chi paga, non il potere di voto: per attivare davvero il prestito serve una successiva decisione formale all’unanimità in Consiglio, che autorizzi la Commissione a usare il bilancio Ue come garanzia per emettere il debito. È su questo passaggio tecnico‑politico che Budapest esercita il veto, legando il via libera allo sblocco dei fondi Ue congelati e alle questioni energetiche.

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