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S.M.

23 Marzo 2026, 20:00

Il caso

Orbán sotto accusa: fuga di notizie dall’Europa al Cremlino. Chiesti «chiarimenti» a tre settimane dal voto in Ungheria

Orbán sotto accusa: fuga di notizie dall'Europa al Cremlino. Chiesti «chiarimenti» a tre settimane dal voto in Ungheria

Il premier ungherese Orbán (Epa,Olivier Matthys, Ansa)

BRUXELLES – La notizia è di quelle che fanno rumore. Il ministro degli esteri ungherese, Péter Szijjártó, avrebbe mantenuto per lungo tempo un filo diretto con il suo omologo russo Sergei Lavrov durante i vertici europei, favorendo una fuga di informazioni riservate dal Consiglio Ue direttamente verso il Cremlino. A svelare per primo la vicenda è stato il Washington Post, innescando un’ondata di polemiche che mettono al centro il premier magiaro Viktor Orbán. Pochi giorni fa il veto del leader di Fidesz aveva bloccato il prestito comunitario da 90 miliardi per l’Ucraina attirando su di sé le ire del Consiglio ma anche qualche attestato di comprensione, come quello della presidente del Consiglio italiana, Giorgia Meloni, riferito da alcune fonti vicine alle discussioni del summit.

Tutti motivi di vanto politico per Orbán, da tempo impegnato a contrastare Bruxelles su più fronti e, attualmente, nel bel mezzo di una campagna elettorale che lo vede rincorrere lo sfidante Péter Magyar, ex alleato nel partito nazionalista e oggi suo principale oppositore tra le fila di Tisza. Per il presidente ungherese, il fuoco incrociato europeo è una fiche preziosa nella corsa al voto del prossimo 12 aprile perché gli permette di alimentare quella narrativa anti-europeista su cui, nel tempo, ha costruito il suo profilo politico nonostante sedici anni di presenza nei palazzi delle istituzioni comunitarie.

La fuga di notizie verso il Cremlino mantiene Orbán sotto i riflettori internazionali, compresi quelli di Bruxelles. Portavoce del Consiglio e della Commissione hanno dichiarato ripetutamente che l’Ue attende «chiarimenti» dal governo di Budapest in merito alla questione, esprimendo «grande preoccupazione» e rilanciando la palla nel campo di Orbán. Di tutta risposta, il premier è passato al contrattacco incaricando il ministero della Giustizia di aprire un’indagine su una presunta intercettazione del telefono cellulare del ministro degli Esteri da parte di un giornalista d’inchiesta ungherese, definendolo tramite il suo portavoce «un grave attacco» contro il Paese.

A soffiare sul fuoco delle tensioni c’è poi il rapporto tra il capo di Fidesz e la fazione Maga, il movimento vicino alla politica del presidente americano Donald Trump. Proprio ieri, a Budapest, si è svolto il raduno dei Patrioti che ha richiamato lungo le sponde del Danubio numerosi leader europei filo-trumpiani per provare a spingere nei sondaggi Viktor Orbán. La capogruppo del Rassemblement National, Marine Le Pen, sposa la lotta al «modello unico imposto dall’Ue», mentre il vicepremier italiano Matteo Salvini ha definito il premier ungherese «un vero eroe per l'Europa intera».

Al fianco del leader magiaro anche il presidente polacco, l’euroscettico Karol Nawrocki. Una mossa che il premier Donald Tusk ha bollato come «un errore madornale» che «conferma la pericolosa strategia di indebolimento dell’Ue e di rafforzamento di Putin». Nel tentativo di sedare le polemiche, Nawrocki si è affrettato a puntualizzare che «i polacchi amano gli ungheresi, ma odiano Vladimir Putin, che è una minaccia per la Nato e l'Europa». Assente invece il premier ceco Andrej Babiš, rimasto a Praga dopo le forti tensioni registrate nel weekend contro il suo governo.

Per il Washington Post Mosca ha proposto di inscenare un attentato a Orbán per rafforzarlo in vista delle elezioni del 12 aprile, che lo vedono dietro a Magyar

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