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Uski Audino

24 Marzo 2026, 20:03

La scommessa della premier al voto di ieri. Più della Groenlandia ha pesato la politica interna

La ricetta della leader uscente: Walfare generoso e stretta sui migranti

La scommessa di Frederiksen al voto in Danimarca. Più della Groenlandia a pesare sarà la politica interna

La prima ministra danese e leader dei Socialdemocratici Mette Frederiksen firma un poster durante un incontro con gli elettori nel giorno delle elezioni (Epa/Henning Bagger, Denmark out)

"Chi vuole restare forte deve restare unito". È questo lo slogan elettorale scelto dalla premier danese Mette Frederiksen per la campagna elettorale lampo indetta il 6 marzo, al preciso scopo di rafforzarne la leadership. Non c'era nessuna fretta di chiamare alle urne i circa 4,3 milioni di danesi per il rinnovo del Parlamento; si sarebbe potuto aspettare l'autunno. Ma l'urgenza era appunto politica e la spiegazione è tutta nello slogan. L'appello all'unità rimanda alla difesa dall'assalto del presidente degli Stati Uniti sulla Groenlandia dei mesi scorsi. Uno scudo parzialmente riuscito: ha fatto risalire vertiginosamente il partito socialdemocratico nei sondaggi e oggi Frederiksen intende capitalizzare il risultato per un terzo mandato. Operazione audace e rischiosa. Diversi gli insuccessi gloriosi alle spalle: dallo scioglimento anticipato dell'Assemblée Nationale del presidente Macron nel giugno del 2024, fino alle elezioni anticipate al Bundestag del 2022 indette da Schröder, che portarono Angela Merkel alla cancelleria per i successivi 16 anni. Eterogenesi dei fini.

La premier socialdemocratica, in carica dal 2019, ieri guidava un partito ancora in testa nei sondaggi con il 21,4% (meno che in passato). Ma la sua vittoria elettorale potrebbe non bastare a garantire il ritorno della premier alla guida del nuovo esecutivo. Secondo le previsioni, né il blocco di sinistra-verdi né quello di centro-destra insieme ai conservatori dovrebbero raggiungere la maggioranza di almeno 90 dei 179 seggi in Parlamento. E il partito dei Moderaterne (i moderati, dati al 6%) del ministro degli Esteri in carica Lars Løkke Rasmussen potrebbe svolgere il ruolo dell'ago della bilancia, o, come si usa dire oggi, del kingmaker. Improbabile una replica dell'attuale coalizione a tre con socialdemocratici, i conservatori di Venstre e i moderati di Rasmussen. Troppo grandi le divergenze tra il partito della premier e i conservatori. A questo si aggiunge che un danese su cinque fino a ieri era incerto sul voto. Incertezza che si somma a incertezza, riferisce Politico.

La Danimarca è andata alle urne con 12 liste per rinnovare il Folketing, il parlamento, con un sistema proporzionale diviso in 10 collegi plurinominali, diviso in tante nazioni quante sono quelle che compongono il regno di Danimarca, incluse la Groenlandia e le isole Fær Øer. Ma sul voto la questione artica potrebbe pesare meno delle aspettative socialdemocratiche. A dettare l'agenda ancora una volta sono i temi di politica interna.

La premier socialdemocratica propone un mix di politiche di redistribuzione della ricchezza associata a un pugno di ferro sulla migrazione. In campagna elettorale Frederiksen ha proposto di reintrodurre un'imposta sul patrimonio del 0,5% sui beni superiori ai 25 milioni di corone (oltre 3,3 milioni di euro). Sui migranti, invece, ha una politica che punta allo scenario:«zero richiedenti asilo». Punta a scoraggiare le richieste d'asilo e complicare i ricongiungimenti familiari. Di recente, per esempio, il governo ha presentato una proposta di legge volta a espellere automaticamente gli stranieri condannati a pene detentive di almeno un anno, anche se nati in Danimarca. Recentemente l'esecutivo ha poi presentato il progetto di limitare la protezione per i rifugiati ucraini. In nessun caso – si dice – chi proviene da zone di guerra deve avere il diritto di ottenere automaticamente lo status di rifugiato.

La premier danese rappresenta per il governo della vicina Germania un modello da imitare su questi temi. «La Danimarca è per noi da molto tempo un modello nella politica migratoria», ha dichiarato lo scorso giugno il cancelliere tedesco Friedrich Merz in occasione di una visita di Frederiksen a Berlino. La spiegazione è semplice: i cristiano-democratici tedeschi vogliono sottrarre all'ultradestra tedesca di Alternative für Deutschland l'argomento “migrazione”, esattamente come sono riusciti a fare i socialdemocratici danesi. Alle politiche del 2015 in Danimarca, il partito nazionalista popolare danese (Dansk Folkeparti) aveva superato il 21%; oggi è tornato al 7-9%. Certo, pur restando fuori, l'ultradestra danese continua a dare ultimatum al governo cercando di orientarne la politica. Ma la miccia è disinnescata.

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