Ambiente
E anche sulle quote di emissione, l’Italia incassa ma non investe
Solo una piccola parte degli introiti che derivano dalle aste per gli Ets vengono destinati all'industria. Nel ’12-’24 il gettito ammontava a 18 miliardi, ma la spesa dello Stato è stata soltanto di 1,6
Uno studio del think tank Ecco evidenzia la discrepanza tra la normativa italiana e la direttiva europea: il quadro non viene adeguato da tre anni e Roma rischia la procedura di infrazione
(Shutterstock)
Diciotto miliardi in dodici anni, ma solo una piccola parte è davvero arrivata al clima. E alle imprese. Dal 2012 al 2024 le aste dell’Eu Emissions Trading System (Ets) hanno generato per l’Italia 18,2 miliardi di proventi, ma appena 1,6 miliardi (l’8,9% del totale) risultano effettivamente “esborsati” per misure climatiche, mentre altri 1,4 miliardi (il 7,9%) sono soltanto “impegnati” sulla carta. A fronte di una direttiva europea che chiedeva di destinare almeno il 50% del gettito Ets a politiche di riduzione delle emissioni e adattamento, il quadro italiano è quello di un Paese che incassa molto dal prezzo sul carbonio ma investe ancora poco per ridurre quelle stesse emissioni, accumulando un ritardo strutturale e alimentando interrogativi sulla conformità sostanziale agli obblighi Ue che finiscono per ripercuotersi sugli stessi comparti industriali che quel gettito contribuiscono a formare. E di cui avrebbero diritto a ricevere indietro una percentuale.
L’Ets nasce con un principio chiaro: chi inquina paga. I proventi generati da questi costi servono a finanziare il cambiamento del sistema energetico e produttivo: il meccanismo cap‑and‑trade fissa un tetto alle emissioni complessive, distribuendo o mettendo all’asta le quote corrispondenti, e lascia alle imprese la scelta tra acquistare permessi o investire per ridurre le proprie emissioni. In questo disegno, i proventi delle aste costituiscono una leva finanziaria pensata per sostenere rinnovabili, efficienza energetica, innovazione industriale, mobilità sostenibile, adattamento climatico e misure sociali a tutela delle fasce più esposte al prezzo del carbonio. La direttiva, fino alla riforma del 2023, chiedeva esplicitamente che almeno il 50% delle entrate nazionali da Ets venisse destinato a questi scopi, lasciando margini di discrezionalità sulla parte residua.
L’Italia ha recepito questa impostazione aprendo una linea di frattura tra obiettivi climatici e vincoli di finanza pubblica. La normativa nazionale divide a metà i proventi Ets: il 50% è stato destinato al Fondo di ammortamento dei titoli di Stato – quindi al servizio del debito pubblico – mentre il restante 50% è stato formalmente vincolato a finalità climatiche e ripartito tra diversi ministeri attraverso decreti annuali. Questo schema ha consentito all’Italia di dichiarare il rispetto del benchmark europeo: metà al debito, metà al clima. Ma l’analisi delle rendicontazioni, effettuate dal think tank Ecco e al centro del report Aste Eu Ets in Italia: trasparenza e tracciabilità dei ricavi, mostra che, nei fatti, la metà climatica non viene quasi mai trasformata in spesa effettiva. Il ritardo dei decreti di ripartizione fa sì che una quota significativa delle risorse ristagni nei capitoli di bilancio, mentre il rapporto tra proventi incassati e spesa reale per gli obiettivi Ets si mantiene sistematicamente inferiore al 50% in tutti gli anni considerati.
Tra il 2012 e il 2024, a fronte di quasi 18 miliardi di proventi complessivi, circa 9 miliardi avrebbero dovuto finanziare misure climatiche per centrare il minimo del 50% previsto per legge. Al contrario, la spesa effettiva si ferma a 1,6 miliardi e, pur includendo i fondi “impegnati” ma non ancora erogati, la quota climatica non supera il 17% del totale. Di cifra, che rappresenta appena il 9% dei proventi, una fetta appena superiore al 6% ha finanziato progetti nazionali specifici – inclusi i fondi per la transizione energetica industriale – per un totale di 95 milioni di euro in 12 anni.
Dal punto di vista delle imprese, questa disconnessione ha un peso per lo meno doppio. I settori energivori sono in prima linea per chiedere una sospensione dell’Ets, denunciato come un costo che va a sommarsi al prezzo già piuttosto alto dell’energia. Il tema del rientro dei proventi Ets assume, pertanto, parecchia rilevanza. Il gettito da essi generato non segue un flusso automatico, bensì due canali mediati dal bilancio pubblico: i fondi di compensazione per i settori energivori da un lato, la riduzione di altri oneri in bolletta dall’altro. Il flusso finanziario parte sempre dal Gestore dei servizi energetici (Gse), che vende all’asta le quote italiane sui mercati europei. Gli incassi così generati arrivano alla Tesoreria dello Stato e solo in un secondo momento – per mezzo di decreti ad hoc – una parte di quelle risorse viene destinata a capitoli che finanziano misure a favore del sistema produttivo.
Il canale più mirato è il Fondo per la transizione energetica nel settore industriale, alimentato con una quota annua dei proventi Ets e rivolto soprattutto alle imprese ad alta intensità energetica esposte al rischio di carbon leakage. Per acciaierie, cementifici, chimica di base, ceramica e altri comparti energivori, il costo della CO₂ si riflette anche nei prezzi dell’elettricità. Attraverso il Fondo, lo Stato utilizza parte del gettito Ets per riconoscere alle imprese ristori dei cosiddetti “costi indiretti”: le aziende che rientrano nei requisiti fissati dai decreti possono presentare domanda e ottenere contributi che riducono, ex post, l’effetto del prezzo Ets sulle bollette, senza azzerare il segnale di prezzo ma attenuandone l’impatto competitivo.
Il secondo canale è più diffuso ma meno strutturale, ovvero l’uso dei ricavi Ets per finanziare tagli agli oneri generali di sistema e altre misure di alleggerimento delle bollette. Durante la crisi energetica 2021‑2022, una quota consistente dei proventi è stata dirottata, tramite vari decreti, a copertura di componenti tariffarie che altrimenti sarebbero ricadute su famiglie e imprese. Per molte aziende, soprattutto non energivore, il beneficio si è tradotto in una bolletta meno cara rispetto a uno scenario privo di quelle risorse, ma si è trattato di interventi emergenziali, difficili da tracciare nelle rendicontazioni europee e poco prevedibili in termini di investimenti sul lungo periodo.
La combinazione di capacità di spesa limitata, uso emergenziale del gettito e scarsa trasparenza alimenta, dunque, una crisi di legittimità del sistema Ets. Se il prezzo del carbonio viene percepito dalle imprese solo come un costo aggiuntivo e non come un meccanismo che genera risorse stabili per accompagnare la transizione, la tentazione di leggere l’Ets come una tassa occulta più che come una politica climatica con ritorni tangibili appare inevitabilmente dietro l’angolo. E smantellarlo diventa la soluzione più immediata nel tentativo di risolvere il problema. Era il 26 febbraio quando il commissario all’Industria, Stéphane Séjourné, auspicava che l’Ets «torni a essere uno strumento di investimento e non più percepito come uno strumento di tassazione», aggiungendo che i profitti derivanti dal mercato delle quote «devono servire all’investimento e alla modernizzazione delle nostre imprese».
Su questo quadro già fragile si innesta la riforma della direttiva Ets approvata nel 2023. Il nuovo testo alza l’asticella portando al 100% i proventi d’asta da destinare a politiche climatiche e a misure di protezione sociale legate al prezzo del carbonio. Da quasi tre anni, però, il recepimento italiano mantiene lo schema che riserva comunque il 50% dei proventi Ets al Fondo di ammortamento dei titoli di Stato. Questo disallineamento non riguarda più solo l’attuazione pratica, ma la coerenza formale tra diritto nazionale e diritto europeo aggiornato, con il rischio di rilievi da parte della Commissione e, in ultima istanza, di una procedura di infrazione per recepimento non conforme. Il tutto, nell’attesa di una revisione del quadro europeo sugli Ets prevista per luglio, come confermato anche dall’ultimo Consiglio Ue del 19 marzo.
Intanto, le cifre in gioco sono destinate a crescere. I proventi d’asta stimati per l’Italia entro il 2030 oscillano attorno ai 32 miliardi, a cui bisognerà sommare le quote derivanti dall’Ets 2 che dal 2028 si applicherà su edifici e trasporti. In un Paese con margini fiscali limitati come l’Italia, ma dal costo energetico proverbialmente tra i più alti d’Europa, si prospetta una scelta piuttosto tranchant. Da un lato, proseguire con l’attuale assetto, in cui metà dei proventi resta ancorata al debito e l’altra metà fatica a tradursi in spesa climatica effettiva, con un rischio crescente di frizione con Bruxelles oltre ai già citati rischi per i comparti industriali. Dall’altro, riallineare la normativa interna al nuovo requisito europeo destinando il 100% dei proventi Ets al clima e, soprattutto, incrementando una soglia di spesa oggi ferma a meno di un decimo del totale.
Le imprese chiedono a gran voce – e fin dentro ai palazzi delle istituzioni europee – di migliorare il funzionamento di un sistema percepito come un tributo opaco anziché come un meccanismo che, pur imponendo costi, sia capace di garantire sostegno agli investimenti, minori oneri energetici e maggiore competitività. Che poi, come insegnano altre grandi economie europee, basterebbe avere la forza di lasciare alle imprese ciò che gli spetta. E pure all’ambiente.
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Nelle conclusioni adottate dopo l’ultimo Consiglio Ue, i leader europei hanno invitato la Commissione a presentare «al più tardi entro luglio 2026» una proposta di revisione del sistema Ets, con l’obiettivo di ridurre la volatilità del prezzo del carbonio e l’impatto sui costi dell’energia, preservandone il ruolo nella transizione verde.




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