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Simone Matteis

03 Aprile 2026, 20:00

Dai fondi europei al dossier Ucraina: i dieci giorni che possono cambiare il futuro di Orbán e dell’Ungheria

Il Paese andrà alle urne il 12 aprile. Il premier è in svantaggio nei sondaggi. Un cambio di governo può sbloccare milioni di euro “congelati” da Bruxelles

Le forze di opposizione sono riunite attorno all’eurodeputato Péter Magyar. Lo scontro è tra candidati “di destra”, ma se gli elettori dovessero sconfessare il primo ministro al governo da 16 anni l’Ue potrebbe ammorbidire la sua linea

Dai fondi europei al dossier Ucraina: i dieci giorni che possono cambiare il futuro di Orbán e dell’Ungheria

Il primo ministro ungherese Viktor Orbán (Olivier Matthys, Epa)

A una settimana dalle elezioni in Ungheria, i riflettori di tutta Europa puntano dritti verso Budapest. Viktor Orbán, da sedici anni alla guida del Paese, il prossimo 12 aprile correrà per la riconferma a Primo Ministro alla testa del suo partito, Fidesz. A sfidarlo è Péter Magyar, eurodeputato, un tempo alleato del premier e oggi, invece, a capo della coalizione che tenta il ribaltone alle urne. L’ultima rilevazione dell’istituto Publicus, condotta tra il 27 e il 30 marzo, fotografa Magyar complessivamente al 36% delle preferenze, con Orbán fermo al 30%. Il 24% degli elettori non avrebbe ancora sciolto le riserve, mentre per altri sondaggi la forbice tra i due candidati oscilla da un massimo di 16 fino a un minimo di 6 punti percentuali, sempre a favore di Magyar.

Queste elezioni assumono connotati sensibilmente differenti rispetto alle precedenti per almeno due ragioni. La prima riguarda gli schieramenti in campo: per la prima volta dal 2010, l’opposizione si presenta polarizzata attorno a un unico soggetto apparentemente in grado di contendere il potere a Orbán. Péter Magyar, a capo del partito liberal‑conservatore Tisza, ha radunato con la sua leadership buona parte dei partiti contrari alla linea di Fidesz. Il secondo fattore che rende il voto del 12 aprile diverso dal passato riguarda, invece, l’identità politica del testa a testa tra i due sfidanti. All’ultranazionalismo professato da Orbán non si contrappone una visione “di sinistra” ma, al contrario, i riferimenti di Magyar – che pure promette una svolta democratica – si mantengono saldamente nell’alveo della destra.

«Le elezioni ungheresi potrebbero essere le più importanti d’Europa nel 2026» sostiene un’analisi pubblicata a febbraio dal Center for Strategic and International Studies, con sede a Washington. Dal 2018, Budapest è la prima (e unica) capitale dell’Unione europea a essere classificata dal V‑Dem Institute dell’Università svedese di Gothenburg come «autocrazia elettorale», ovvero un sistema in cui le elezioni multipartitiche non sono né pienamente libere né eque, con limitazioni alle libertà fondamentali come quella di associazione o di espressione.

Le imminenti elezioni promettono di avere un ruolo decisivo non soltanto per l’assetto interno dell’Ungheria, ma anche – o soprattutto – per gli equilibri europei. I fondi comunitari costituiscono un elemento chiave. Bruxelles mantiene congelate ingenti somme di denaro in risposta alle ripetute violazioni dello stato di diritto addossate alle istituzioni ungheresi. Un fattore che pesa e non poco sulla stabilità economica di Budapest, la cui crescita nel 2025 è rimasta al di sotto della media Ue con un deficit di bilancio (5%) che, al contrario, supera quello degli altri Stati membri (3%).

Per il V-Dem Institute, Budapest si definisce la prima «autocrazia elettorale» d’Europa, senza elezioni davvero eque e con limiti alle libertà fondamentali

Il blocco dei fondi Ue offre a Orbán la possibilità di perorare la causa euroscettica, alimentata anche dalle recenti polemiche per il danneggiamento dell’oleodotto Druzhba che trasporta le forniture energetiche provenienti dalla Russia grazie a una speciale deroga al divieto imposto da Bruxelles. Il congelamento dei sussidi viene utilizzato dal leader magiaro anche come motivazione per il veto posto alle misure contro il Cremlino e a sostegno dell’Ucraina. Nonostante l’esecutivo comunitario abbia recentemente diffuso le linee guida per lo sblocco della prima tranche del maxi‑prestito da 90 miliardi per Kiev, la misura concordata a dicembre dai leader Ue continua a restare bloccata dal veto espresso da Ungheria e Slovacchia.

«L’economia ungherese ha molti problemi che si sono aggravati con l’allontanamento dall’orbita Ue», racconta Janos Desi, caporedattore dell’emittente Klubrádió. Se un’eventuale vittoria di Magyar potrebbe aprire uno spiraglio nell’intricata questione legata ai fondi destinati a Budapest, lo stesso non è altrettanto detto per il dossier Ucraina. Per lungo tempo Magyar ha tenuto quello che diverse fonti descrivono come un approccio di «appeasement» con la Russia, affermando la necessità di chinare il capo a una situazione di subalterna «iniquità». La svolta dialettica si è intensificata soltanto a febbraio, ma il background di chi si presenta come “anti‑Orbán” appare piuttosto chiaro.

«Chi si aspetta un completo cambio di rotta nella politica ungherese nei confronti dell’Ucraina rimarrà probabilmente deluso» scriveva a inizio marzo il Kyiv Independent. Difficile ipotizzare un repentino dietrofront di Budapest sul tema ucraino. Più probabile, invece, confidare in una maggiore flessibilità, specie se mostrarsi “collaborativi” consentisse di sbloccare milioni di euro attualmente in stand‑by. Soldi che Magyar potrebbe a quel punto sbandierare in fretta – e piuttosto legittimamente – come un successo elettorale: «Orbán e i suoi oligarchi hanno depredato il Paese quanto più hanno potuto. Un nuovo governo potrà ottenere buoni risultati solo portando denaro europeo in Ungheria», commenta Desi. Perché i soldi in Ungheria fanno gola a tutti. Ancor più nei momenti di crisi, perfino se a metterli sul piatto è il nemico designato degli ultimi sedici anni, l’Europa.

Janos Desi (Klubrádió): «L’allontanamento dalla sfera Ue ha aggravato i problemi economici». Nel 2025 l’Ungheria è cresciuta meno della media europea

I DATI

36%

intenzione di voto a favore di Magyar (Publicus)

30%

intenzione di voto a favore di Orbán (Publicus)

5%

deficit di bilancio ungherese (2025)

90 mld

prestito per Kiev bloccato dal veto di Orbán

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