In Bulgaria
Radev è il “nuovo Orbán”, ma potrebbe spingere per una linea più europeista
Il Presidente bulgaro uscente e candidato alle elezioni Rumen Radev (Borislav Troshev, Epa)
Per un leader nazionalista che vacilla, come riferiscono i sondaggi in Ungheria, potrebbe essercene un altro pronto a conquistare il potere poche centinaia di chilometri più in là. Rumen Radev, presidente della Repubblica in Bulgaria dal 2017 fino allo scorso gennaio, è il candidato di punta in vista delle elezioni del 19 aprile, appena sette giorni dopo il voto a Budapest. Una coincidenza piuttosto singolare per quello che viene definito dalla stampa occidentale come un possibile “nuovo Orbán” per la sua leadership carismatica. Radev, ex capo dell’aviazione bulgara e generale delle forze Nato, oggi guida il fronte progressista contro l’alleanza conservatrice guidata dall’ex premier Boyko Borissov.
«Gli oppositori dipingono Radev come un politico filorusso, ma è una definizione quanto meno parziale» commenta Francesco Martino, corrispondente da Sofia per l’Osservatorio Balcani Caucaso Transeuropa (Obct). «I sondaggi lo danno in testa, non è detto che in caso di vittoria assumerebbe posizioni apertamente vicine alla Russia». Lo schieramento di Radev guarda all’elettorato di centrosinistra, tradizionalmente non ostile al Cremlino, ma la tradizione politica della Bulgaria – dove pure c’è una forte componente filorussa – differisce da quella ungherese perché tende ad assumere una linea più accomodante nel consesso europeo dopo la fatica per avervi aderito. Membro dell’Unione dal 2007, Sofia entra in area Schengen nel 2025 e aderisce all’Eurozona soltanto lo scorso gennaio.
Sul fronte della politica estera, Radev ha spinto più volte per riaprire il dialogo tra Europa e Russia, discostandosi dalle posizioni di Bruxelles, ma questo non ha impedito al Paese di rivelarsi uno dei principali fornitori di armi a Kiev soprattutto nella prima fase del conflitto. «Formalmente la Bulgaria ha sempre seguito la linea ufficiale dell’Alleanza atlantica – spiega Martino – ma c’è un fronte di opposizione interna che critica questa scelta come contraria agli interessi di un Paese geograficamente “in prima linea” sul Mar Nero».
La Bulgaria continua a rappresentare anche l’unico punto d’ingresso via terra per gli idrocarburi russi in Europa attraverso le condotte Turkstream, che collegano Russia e Turchia. Ciononostante, Sofia lavora da tempo per smarcarsi definitivamente dalla dipendenza russa: ne è un esempio la nazionalizzazione dell’unica raffineria del Paese, prima sotto il controllo di Lukoil, ma anche la stipula di una serie di accordi con l’Azerbaigian e la partecipazione al rigassificatore di Alexandroupolis, in Grecia.
Quelle del 19 aprile saranno le settime elezioni anticipate in cinque anni, sintomo evidente di quella che Martino definisce una «instabilità politica» su scala interna. Che però, inevitabilmente, si riversa sugli scenari internazionali come dimostra la decisione dell’Osce di schierare una missione di monitoraggio elettorale. Considerata l’affluenza in costante calo negli ultimi anni, potrebbe bastare qualche manciata di voti a spostare i già fragili equilibri in un Paese forse periferico sulla mappa dell’Europa, ma quanto mai nevralgico lungo le rotte migratorie ed energetiche del Vecchio Continente.



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