L'intervista
Privitera: «Il modello-Orbán, la scommessa europea di Trump»
Un filo sottile lega le sorti elettorali di Viktor Orbán agli equilibri internazionali tra Unione europea, Russia e Stati Uniti. Per provare a capire i possibili scenari dopo il voto di domenica in Ungheria, Italypost ha raggiunto telefonicamente Francesco Privitera, professore associato presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell'Università di Bologna e responsabile del progetto di ricerca DimEAST sull’Europa Orientale.
Professore, guardando i sondaggi sembra essere arrivata la fine dell’era Orbán. È davvero così?
I sondaggi dicono questo, ma ne avremo la conferma solo a elezioni concluse. Teniamo conto però che nei momenti di forte polarizzazione, l'elettorato tende a nascondere la sua reale opinione fino alla fine. Certo, il regime di Orbán è ormai è in parte logorato da una crisi sistemica che riguarda l'intero spazio europeo e internazionale: finché il sistema si manteneva stabile, l'Ungheria poteva contare su una relativa tolleranza da parte dell’Europa.
A cosa è dovuta, secondo lei, questa tolleranza?
L'Unione europea non dispone di strumenti per intervenire all'interno degli Stati membri nei casi di una deriva illiberale rispetto ai suoi stessi principi fondativi. È su questo che Orbán ha giocato per anni, ottenendo la possibilità di radicare e costruire un sistema di potere che forse avrebbe mantenuto ancora di più senza un deterioramento sempre maggiore del contesto esterno.
E il potere si traduce in consenso elettorale.
Precisamente. Ogni regime si governa sulla base di un consenso legato all’accesso alle risorse: Orbán è stato un maestro nel riuscire a costruire su questo il suo grande successo elettorale soprattutto nella periferia orientale del Paese, nelle aree povere e rurali, attraverso meccanismi di redistribuzione che costituivano poi la fonte di raccolta del voto al momento delle elezioni.
Quando comincia la flessione del modello Orbániano?
Con l’invasione in Ucraina, l'Ue si è schierata nettamente contro la Russia rendendo la posizione di Orbán più difficile da perorare, ma alcuni fattori esterni ne hanno posticipato la crisi. Il ritorno di Trump alla Casa Bianca ha offerto a Orbán la possibilità di proporsi come alfiere di un modello illiberale che poi è perseguito anche dalle politiche americane, così come anche il tentativo degli Usa di riannodare le relazioni privilegiate con la Russia, anche se in una logica anticinese.
Cosa spinge davvero gli Usa a sostenere Orbán?
L'Ungheria è un Paese piuttosto piccolo, ma l’Europa nel 2027 affronterà un ciclo elettorale determinante per il suo futuro. I voti in Italia, Francia, Spagna, Polonia saranno determinanti per capire l’orientamento politico europeo: se alla fine il modello-Orbán dovesse riuscire a spuntarla, sarebbe replicabile anche su scenari ben più rilevanti. Tutto però dipenderà dal risultato delle elezioni di mid-term negli Stati Uniti: in vista del 2027, una rivitalizzazione del Congresso potrebbe aiutare le forze democratiche, mentre un rafforzamento di Trump darebbe nuova linfa ai movimenti illiberali.
E l’Europa, in tutto questo?
L'Europa rimane profondamente disorientata: la velocità con cui queste crisi si susseguono – dall’Ucraina al Medio Oriente – grava su processi decisionali estremamente complessi e lenti, rendendo i tempi di risposta semplicemente insostenibili. In una condizione di stabilità, il “problema ungherese” sarebbe stato circoscritto rapidamente attraverso i pochi strumenti di cui l’Europa dispone, su tutti il blocco dei fondi comunitari.



Risparmiateci il sindacato-legislatore
di Roberto Mania
Il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini, ha annunciato che la sua organizzazione avvierà la raccolta delle firme per due leggi ...