Congiuntura & lavoro
Istat, l'inflazione accelera. Prezzi saliti dell'1,5% nel '25.Carrello della spesa a +1,9%
Marco Leonardi (ex consulente Draghi) «Il contratto metalmeccanici è riuscito a difendere il loro potere d'acquisto»
Nello scorso anno l’inflazione italiana è stata dell’1,5%, rispetto all’1% del 2024. Lo certifica l’Istat, confermando le stime preliminari. In particolare, a dicembre l’aumento congiunturale sul mese precedente ha fatto registrare una crescita dell’indice nazionale dei prezzi al consumo pari allo 0,2%, con un aumento tendenziale rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente dell’1,2 per cento. In dettaglio, l’inflazione di dicembre è dovuta principalmente alla crescita dei prezzi dei servizi relativi ai trasporti (da +0,9% a +2,6%), degli alimentari non lavorati (da +1,1% a +2,3%) e dei servizi vari (da +2% a +2,2%). Rallentano invece i beni non durevoli (da +1% a +0,6%) e i servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (da +3% a +2,7%), mentre si accentua il calo di quelli degli energetici regolamentati (da -3,2% a -5,2%).
Sempre nell’ultimo mese dello scorso anno, la “inflazione di fondo”, cioè al netto dei prodotti energetici e degli alimentari freschi, resta stabile a +1,7%; quella al netto dei soli beni energetici accelera di poco (da +1,7% a +1,8%). I prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona evidenziano invece, sempre, a dicembre un’accelerazione del loro ritmo di crescita (da +1,5% a +1,9%), così come i beni ad alta frequenza d’acquisto (da +2,0% a +2,2%).
L’aumento congiunturale dell’indice generale riflette per lo più la crescita dei prezzi dei servizi relativi ai trasporti (+3,1% anche per “fattori stagionali” come il rincaro di voli e treni) e degli alimentari non lavorati (+0,4%). Gli effetti di questi incrementi sono stati solo in parte compensati dal calo dei prezzi degli energetici (-0,6%) e dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (-0,4%).
C’è poi l’indice Foi (prezzi al consumo per famiglie di operai e impiegati) che viene utilizzato per le rivalutazioni economiche come affitti e assegni: è al netto dei tabacchi. Quest’ultimo é aumentato dello 0,2% su novembre 2025 e dell’1,1% su base tendenziale. In media d’anno, è pari a +1,4% (+0,8% nel 2024).
Quando si parla di inflazione, bisogna poi tenere conto dell’Ipca, l’indice armonizzato dei prezzi al consumo. Ossia l’indicatore che misura l'inflazione in modo comparabile tra i Paesi dell’Unione europea, utilizzato dalla Bce e dalla Commissione Ue per valutare la stabilità dei prezzi. Serve inoltre per adeguare i salari: l’Istat lo calcola seguendo metodologie comuni europee, basandosi su un paniere di beni e servizi. Ebbene, nel 2025 l’inflazione, misurata dall’Ipca, è pari a +1,7%, sia per le famiglie con più bassi livelli di spesa sia per quelle con uscite più elevate.
In mezzo a questi aumenti, c’è poi anche una buona notizia. Infatti l’Istat rileva che: “Rallenta, seppure lievemente, l’inflazione di fondo che nel 2025 si attesta a +1,9% (da +2,0% del 2024)”.
Come interpretare questi dati, specie verso il mondo del lavoro e delle imprese? Ne abbiamo parlato con un autorevole esperto del calibro di Marco Leonardi, ordinario di economia politica alla Statale di Milano, e già stato capo dipartimento alla Programmazione economica del governo Draghi.
“Due le cose da dire. La prima – spiega il docente – è che energia, alimentari e trasporti sono i settori che trainano i rincari. Essendo tutti consumi di prima necessità, penalizzano quindi i ceto meno abbienti e chi guadagna di meno. La seconda è che le banche centrali hanno saputo far scendere l’inflazione senza creare recessione. In Italia, però, il costo è stato pagato dai lavoratori”.
Eccoci quindi arrivati a un tema chiave, quello della perdita di potere d’acquisto. “Qui è indubbio che negli ultimi cinque anni i contratti collettivi non hanno tenuto il passo dell’inflazione perché nei due anni cruciali, 2022 e 2023, quando l'inflazione superava l'8%, i contratti non sono stati rinnovati. Il terreno perso – conclude Leonardi - non è stato recuperato”. Il contratto dei metalmeccanici (rinnovato a fine novembre 2025, Ndr) è uno dei pochissimi che ha tenuto il passo con l’inflazione e ha recuperato il potere d’acquisto perso dal 2019. Lo ha fatto grazie alla clausola di salvaguardia”. Le tute blu sono in buona compagnia, con chimici, bancari e pochi altri.



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