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28 Gennaio 2026, 21:28

Il centrodestra, sempre più di centro, sempre più di destra

Una Meloni agile equilibrista punta su Calenda e compensa con Vannacci in dosi omeopatiche

Il centrodestra, sempre più di centro, sempre più di destra

Giorgia Meloni e Carlo Calenda al 2° Congresso Nazionale di Azione (Ansa/Fabio Frustaci)

Se si osserva il centrodestra italiano con le lenti sbagliate — quelle dell’allarme democratico permanente o della caricatura ideologica — si rischia di non vedere ciò che sta realmente accadendo. E ciò che accade, oggi, è un fenomeno politicamente più sofisticato di quanto la polemica quotidiana lasci intendere: una destra di governo che si sposta verso il centro senza perdere il controllo della propria ala radicale; e un centro che, orfano di rappresentanza credibile, guarda sempre più spesso a destra per sopravvivere.

Due dinamiche apparentemente opposte ma in realtà convergenti aiutano a leggere questa fase: la nascita del partito di Roberto Vannacci e il progressivo avvicinamento — tattico oggi, forse strategico domani — tra il centrodestra meloniano e Azione di Carlo Calenda. Due movimenti che raccontano la stessa storia: Giorgia Meloni non sta subendo il cambiamento del sistema politico, lo sta gestendo.

Partiamo dalla destra della destra. L’irruzione di Vannacci sulla scena partitica non è una folcloristica escrescenza del sistema ma un segnale politico preciso. La sua candidatura, prima, e la costruzione di un soggetto politico autonomo, poi, rispondono a una domanda che esiste: quella di un elettorato nazionalista, identitario, insofferente verso l’“addomesticamento” istituzionale di Fratelli d’Italia e, soprattutto, verso l’ambiguità strategica della Lega. Ma qui occorre sgombrare il campo da un equivoco: Vannacci non è una minaccia per Meloni. È, semmai, una grana tutta interna al mondo leghista.

La presidente del Consiglio ha già compiuto, senza proclami e senza strappi simbolici, l’operazione più delicata per una destra post-missina: la trasformazione in forza di governo pienamente legittimata sul piano europeo, atlantico e finanziario. Una mutazione riuscita proprio perché non accompagnata da abiure rituali, da processi sommari alla propria storia, da rotture identitarie che nella sinistra italiana hanno sempre prodotto più scissioni che consenso. Nessun “discorso di Fiuggi” replicato in chiave moralistica. Nessuna condanna pubblica dell’area radicale. Semplicemente, una progressiva marginalizzazione per irrilevanza.

E Forza Nuova? Non è stata sconfitta politicamente: è evaporata. Non perché qualcuno l’abbia messa all’indice ma perché il potere vero si è spostato altrove. È la differenza sostanziale tra una destra che neutralizza e una sinistra che espelle. Tra una leadership che ingloba e una che divide.

Vannacci, in questo schema, serve più a definire i confini che a spostarli. A tenere dentro il sistema una protesta che, senza uno sbocco, rischierebbe di diventare carsica. Ma non intacca il baricentro del governo. Anzi, paradossalmente rafforza Meloni che può continuare a occupare il centro dello spazio politico senza essere accusata di tradimento ideologico: “più a destra” di così, il sistema le consente di dire, c’è già qualcun altro.

E proprio mentre la destra estrema viene sterilizzata senza conflitto si apre l’altro fronte, quello decisivo: il centro. Un centro politicamente disastrato, frammentato, incapace di riconoscersi in una leadership e, soprattutto, privo di una narrazione. Il Partito democratico, sotto la guida di Elly Schlein, ha compiuto una scelta chiara: presidiare l’ala sinistra del campo progressista, rinunciando di fatto a rappresentare quel ceto medio produttivo, riformista, moderato che per anni aveva costituito la spina dorsale dell’Ulivo prima e del Pd poi. Ammesso che oggi il Pd riesca ancora a parlare a quel mondo, lo fa con un linguaggio che suona estraneo, quando non apertamente ostile.

In questo vuoto si inserisce Giorgia Meloni. Non con un’operazione centrista in senso ideologico, ma con una pratica di governo che parla il linguaggio della stabilità, della compatibilità finanziaria, dell’affidabilità internazionale. Una postura “draghiana nei fatti”, anche se non nei simboli. Ed è qui che l’ipotesi di un’alleanza, o quantomeno di una convergenza strutturale, con Calenda smette di essere fantapolitica.

Azione non è un alleato naturale del centrodestra ma è sempre meno un alleato possibile del centrosinistra. Il sì al referendum non è un incidente di percorso: è un segnale politico. Come lo sono i toni sempre più esplicitamente critici di Calenda verso il Pd e i Cinque Stelle. In un sistema che si va polarizzando, il centro non sopravvive da solo. O si aggancia a chi governa, o scompare.

Da questo punto di vista, Meloni gioca una partita a somma positiva. Può perdere qualche voto a destra ma ne guadagna potenzialmente molti di più al centro. E soprattutto può presentarsi alle prossime politiche come l’unica leader in grado di garantire continuità di governo. Le opposizioni, posto che riescano a presentarsi unite potranno al massimo puntare a limitare i danni. Impedire una maggioranza qualificata. Non vincere.

Resta, tuttavia, il vero banco di prova: il referendum. Qui la storia italiana è implacabile. I referendum sono sempre pericolosissimi per chi governa. Per Craxi, per Renzi, lo sono per chiunque si trovi a Palazzo Chigi. Anche quando i sondaggi sorridono e il vento sembra favorevole. Il precedente renziano incombe non come analogia politici ma come monito strutturale. Se una consultazione diventa un plebiscito sul leader, il rischio di perdere è sempre altissimo.

Ma anche qui Meloni ha una possibile via d’uscita. Questo referendum potrebbe non diventare un referendum su di lei. E forse non lo sarà. Paradossalmente, la sua migliore strategia non è difensiva ma offensiva: spostare il fuoco sull’alternativa. Trasformare la consultazione in un giudizio sull’opposizione, su un campo progressista percepito come litigioso, ideologico, minoritario. Un referendum “su Schlein”, più che su Meloni.

Se ciò accadesse, l’esito sarebbe tutt’altro che incerto. Perché, oggi, la vera debolezza del sistema politico italiano non è il centrodestra che governa ma l’assenza di un’alternativa credibile. Ed è su questo vuoto che Giorgia Meloni ha costruito — con pazienza, disciplina e una buona dose di cinismo — la sua forza.

Il centrodestra è sempre più di centro perché è al governo. Ed è ancora di destra perché controlla i suoi confini. Finché questa doppia tensione reggerà, la leadership di Meloni resterà salda. Il resto, per ora, è rumore di fondo.

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