Da Lecco a Kampala, il cioccolato di Icam punta sulla filiera integrata
Dopo l’exploit del 2024, con il rally del prezzo del cacao che ha spinto i ricavi a +48% e raddoppiato l’Ebitda, l’azienda cresce ancora. Dal 2015 ha una sede in Uganda, con cui presidia direttamente la filiera
Produzione di cacao in Uganda (courtesy Icam)
Era il 1946: la guerra era appena finita e in Valtellina nessuno pensava al cioccolato. Silvio Agostoni sì. «Il nonno ebbe quell’idea un po’ azzardata di costruire un’attività imprenditoriale proprio attorno al cacao», racconta oggi Giovanni Agostoni, presidente di Icam. La scintilla per quest’inedita avventura imprenditoriale scatta in un’Italia ferita, dove tutto manca. Silvio, genio pratico, prova a estrarre zucchero dalle barbabietole essiccate per racimolare capitali. «Si accanì e, alla fine, ci riuscì. Se quell’idea - folle - fosse fallita, probabilmente oggi non saremmo qui». Con ciò che riesce a mettere da parte vendendo lo zucchero al mercato, compra le prime partite di cacao: una scelta controcorrente in un territorio costellato di industrie tessili e metalmeccaniche.
La crescita, in 80 anni di storia, non è stata una coincidenza. E alla base c’è un impianto valoriale preciso, formalizzato in quattro pilastri: filiera, persone, ambiente, innovazione. Non slogan, ma criteri che guidano scelte operative, investimenti e rapporti con produttori e clienti. In un’industria dove il controllo integrale della filiera è raro, Icam rappresenta un caso quasi unico: segue il cacao dall’origine al prodotto finito. Acquista le fave nei Paesi produttori, le trasforma in pasta, burro e polvere, fino ad arrivare al cioccolato. Nessun intermediario, nessun compromesso. «Preferiamo acquistare direttamente dai contadini, che spesso sono organizzati in cooperative, perché vogliamo una relazione personale. Per noi è importante conoscerli».
Ma Icam guarda a una sostenibilità a 360 gradi. E così, il 95% del packaging è riciclabile, mentre dal 2020 esistono le prime tavolette con imballo compostabile. «Abbiamo un sistema di cogenerazione che copre l’85% del fabbisogno elettrico. E il resto dell’energia lo acquistiamo solo da fonti rinnovabili». Dal 1990, Icam è anche leader nel biologico, un tipo di prodotto «che ci permette di salvaguardare la biodiversità ed evitare la massificazione verso una sola pianta di cacao meno nobile. Per questo investiamo nei Paesi di origine e sosteniamo pratiche agronomiche e agroforestali che alzino la qualità, ma rispettando territori e persone».
Ecco quindi spiegata la necessità di guardare alla filiera da vicino, e nella sua interezza. Un bisogno che ha portato anche a progetti innovativi, come l’apertura di una sede produttiva in Uganda. Prima della nascita di Icam Chocolate Uganda Ltd nel 2010, la produzione di cacao nel Paese era segnata da raccolti a rischio, piccoli appezzamenti, lavorazione domestica e perdite fino al 30% per furti o maltempo, che compromettevano la qualità e, soprattutto, il reddito dei coltivatori. L’intervento di Icam ha portato centri di raccolta e fermentazione organizzati, formazione professionale e condizioni di lavoro più sicure e inclusive, coinvolgendo oltre 100 dipendenti locali e garantendo alle comunità sicurezza economica, assistenza sanitaria e sviluppo sociale.
Operare in quel contesto, però, significa dover imparare a gestire la complessità culturale. Come sottolinea Sara Agostoni, responsabile della sostenibilità, la vera sfida è costruire coesione tra identità tribali diverse: «Ci sono persone che lavorano insieme e, pur provenendo da villaggi vicini, non parlano la stessa lingua». Più che imporre modelli, serve tradurli.
Nonostante un quadro politico recente che ha conosciuto tensioni legate alla rielezione del presidente Museveni, l’azienda non esprime particolari timori sulla stabilità complessiva del Paese. E la continuità operativa è supportata da un sistema di monitoraggio multilivello che si basa su un collegamento diretto con l’ambasciata italiana e su una rete di oltre cento collaboratori locali, i cosiddetti «mobilizer», figure radicate nelle comunità che fungono da raccordo costante tra impresa e villaggi. Questa rete capillare ha una doppia funzione: diffonde informazioni su formazione e buone pratiche agricole e, allo stesso tempo, riporta rapidamente all’azienda segnali di criticità, tensioni locali o problemi fitosanitari delle coltivazioni. E non si esclude, in futuro, di replicare il modello anche in altri Paesi africani.
Il quadro globale, nel frattempo, è diventato più turbolento che mai. «Negli ultimi anni abbiamo affrontato una vera e propria tempesta, con il cacao che nel 2024 ha superato le 10mila sterline a tonnellata. Oggi le quotazioni si sono assestate, anche se su livelli più alti rispetto al periodo pre-crisi», commenta il presidente. Icam ha retto allo shock dei prezzi grazie alla filiera integrata e a una strategia multicanale e multibusiness: il brand proprio pesa circa il 45% del fatturato, il private label il 40%, la divisione industriale il 15%.
I numeri confermano una crescita che va oltre l’effetto prezzo. I ricavi sono passati dai 152,8 milioni del 2018 ai 318,6 del 2024 (+108% sul periodo e +48% sul 2023). L’Ebitda ha raggiunto 52,8 milioni, più del doppio rispetto all'anno precedente (24,7 milioni), con una marginalità sui ricavi del 16,6%. L’utile netto è salito a 30,1 milioni, un dato quasi triplicato anno su anno. Il Cagr a sette anni supera il 13%, mentre il rapporto Pfn/Ebitda medio 2022–2024 si attesta a 1,86.
Il 2025, osserva Agostoni, «è stato un anno di ulteriore consolidamento, trainato soprattutto dall’estero che oggi vale oltre il 60% del fatturato, con gli Usa come primo mercato». Guardando al 2026, «lo scenario appare più stabile, pur con costi elevati e un contesto geopolitico incerto». Le sfide non cambiano: proteggere e rafforzare le filiere agricole, cercare di leggere in anticipo i movimenti dei mercati e continuare a innovare in un settore dove la qualità, da sola, non basta più. Ma resta il punto di partenza.

La storia di Icam inizia nel 1946 da un’intuizione controcorrente: produrre cioccolato in Valtellina. La visione su sostenibilità e capitale umano porta la famiglia Agostoni in Uganda, dove crea centri di raccolta e fermentazione, promuovendo l’occupazione locale e costruendo un presidio stabile lungo la catena del valore del cacao. Tra il 2018 e il 2024 i ricavi sono più che duplicati da 152,8 a 318,6 milioni di euro. Nell’ultimo esercizio, poi, l’Ebitda ha raggiunto 52,8 milioni, mentre l’utile netto ha toccato i 30,1 milioni.



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di Jacopo Giliberto
Scrivo d’arte, di mecenatismo e – forse - di piaggeria. La chiesa di San Lorenzo in Lucina a Roma fino a una settimana fa era conosciuta ...