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Camilla Consonni

04 Febbraio 2026, 20:20

Putin chiama Xi, Xi chiama Trump. Oggi scade il New Start, ma gli Usa vogliono un accordo nucleare a tre

Rubio: «No a nuovo trattato senza la Cina». Trump annuncia visita ad aprile. Mosca e Pechino al lavoro per una partnership energetica

Putin chiama Xi, Xi chiama Trump. Mosca e Pechino sempre più vicine, Washington vuole un accordo nucleare a tre

Vladimir Putin presidente e Xi Jinping si stringono la mano (Sergei Bobylev, Ria Novost)

Nella videoconferenza di ieri mattina Vladimir Putin e Xi Jinping hanno costruito una narrazione compatta dell’asse Pechino-Mosca: un «fattore di stabilizzazione di fronte alla crescente turbolenza nel mondo». Secondo fonti russe, l’incontro tra i due «partner esemplari» sarebbe durato un’ora e venticinque minuti, «in un’atmosfera amichevole e basata sulla fiducia». Al centro del colloquio: l’idea di un coordinamento sempre più stretto e di un rapporto che entra «in una nuova fase di sviluppo». Xi ha invocato «un nuovo e ambizioso piano» bilaterale per i prossimi anni, ma i numeri già confermano la continuità – e la solidità politica – del legame. Nel 2025, per il terzo anno consecutivo, gli scambi commerciali tra i due Paesi hanno superato con «un solido margine» i 200 miliardi di dollari, rafforzando l’idea di una relazione economica capace di reggere a shock e sanzioni.

Ma il vero fil rouge del rapporto – soprattutto guardando al futuro – resta l’energia. Mosca ha rivendicato di essere «il principale fornitore» della Cina, definendo la cooperazione nel settore «di natura veramente strategica». In quest’ottica, Putin ha insistito sulla necessità di costruire un partenariato «reciprocamente vantaggioso» che includa petrolio, gas e «progetti ad alta tecnologia», con ricadute che toccano anche industria e spazio. A completare il quadro, il nucleare civile.

Progetti importanti, che arrivano in un momento delicato per quanto riguarda il nucleare in senso più ampio. Proprio oggi infatti scade il New Start, l’ultimo trattato vincolante sugli arsenali strategici di Stati Uniti e Russia. Firmato nel 2010 da Barack Obama e Dmitrij Medvedev ed entrato in vigore nel 2011, fissava limiti di 1.550 testate dispiegate e 700 vettori tra missili e bombardieri, accompagnati da verifiche, ispezioni e scambi di dati. Prorogato in extremis nel 2021 fino al 5 febbraio 2026, il trattato è stato svuotato nel 2023, quando Putin ha sospeso parzialmente la partecipazione russa, bloccando controlli e scambi di informazioni ma promettendo il rispetto dei limiti numerici, a condizione che anche Washington facesse altrettanto.

Con l’avvicinarsi della ‘data di scadenza’, Mosca aveva tentato di mantenere aperta una via intermedia, proponendo un’estensione «tecnica» annuale dei vincoli numerici, subordinata a un impegno speculare da parte statunitense. Di fronte al silenzio della Casa Bianca, però, il vice ministro degli Esteri Sergei Ryabkov ha tagliato corto: «Anche la mancanza di risposta è una risposta». Trump ha replicato: «Se deve scadere, scadrà. Faremo un accordo migliore».

L’obiettivo americano? Un negoziato allargato che comprenda anche la Cina, che si stima disponga ormai di circa 600 testate nucleari, anche se molte non sarebbero immediatamente operative. Ieri lo ha ribadito esplicitamente anche il segretario di Stato Marco Rubio: «Come ha detto il presidente Trump, è impossibile che un accordo sulle armi nucleari non includa la Cina». Intanto, il risultato è che, per la prima volta in oltre cinquant’anni, Washington e Mosca si ritrovano senza una cornice giuridica sui rispettivi arsenali strategici. Entrambe le capitali hanno dichiarato di non voler riaprire una corsa agli armamenti, riservandosi tuttavia la possibilità di «adattare», nel frattempo, le proprie forze nucleari.

In questo quadro, la call tra Putin e Xi segnala anche un’apertura – seppur selettiva – verso Washington. Secondo il consigliere del Cremlino Yuri Ushakov, i due leader «vedono opportunità nei contatti con l’amministrazione Trump» e condividono posizioni «praticamente concordanti» anche sul Board of Peace proposto dal tycoon. Non a caso, poche ore dopo il colloquio con Putin, Xi ha telefonato anche a Trump: «uno scambio eccellente», ha commentato il tycoon in un post su Truth. 

La conversazione avrebbe toccato numerosi dossier – Taiwan, Ucraina, Iran ed energia – e  Pechino si sarebbe impegnata ad acquistare più prodotti agricoli statunitensi, in primis soia. Trump ha anche annunciato di aver discusso del «viaggio di aprile che farò in Cina (e che attendo con ansia!)», mentre Putin è stato invitato a Pechino in una non meglio specificata prima metà dell’anno. L’impressione generale è quella di un triangolo diplomatico complesso ma in movimento, in cui Pechino sembra voler assumere il ruolo di crocevia degli interessi delle superpotenze globali.

Il New Start – Siglato da Obama e Medvedev nel 2010, è l’ultimo trattato che limita gli arsenali strategici di Usa e Russia, con limiti numerici di 1.550 testate dispiegate e 700 vettori. Prorogato nel 2021 fino al 5 febbraio 2026, è stato però svuotato quando Mosca ha parzialmente sospeso la partecipazione nel 2023, congelando ispezioni e scambi di dati. La proposta russa di prolungare ‘tecnicamente’ i limiti per un anno non ha avuto seguito: Donald Trump punta a un nuovo accordo più ampio, che includa anche la Cina.

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