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09 Febbraio 2026, 20:06

Esodi

Dal silenzio alla voce. Il lungo cammino del Giorno del Ricordo e della verità negata

Nel Giorno del Ricordo, il direttore dell'Archivio Museo storico di Fiume Marino Micich ricorda l'importanza di promuovere la conoscenza di «una versione dei fatti storici più obiettiva»

Gli esuli chiedono rispetto per aver pagato, dopo la Seconda guerra mondiale, un altissimo prezzo

Un'immagine degli esuli di Fiume (courtesy Società di Studi Fiumani)

Enrico Burich, Salvatore Samani, Giorgio Radetti e Gian Proda. Sono solo alcuni dei nomi del «sodalizio» di studiosi e intellettuali fiumani che, giunti esuli in Italia dopo il 1945, fondarono – nel 1960, in quello che poi sarebbe diventato il quartiere Giuliano-Dalmata di Roma, il “Villaggio Operaio E42” nato durante i lavori per l’Esposizione Universale del 1942 e divenuto “rifugio” per migliaia di profughi italiani in fuga dalle terre dell’Adriatico orientale: giuliani, dalmati e fiumani costretti ad abbandonare le proprie case, le proprie città, la propria storia – il Centro Studi Fiumani.

Un’istituzione che, da allora, gestisce e cura l’Archivio-Museo di Fiume e ha mantenuto e difeso, «per tanti anni in solitudine», la memoria di una delle pagine più oscure e tragiche della storia del nostro Paese. Una memoria che solo vent’anni fa ha ricevuto un riconoscimento istituzionale grazie alla legge n. 92 del 31 marzo 2004, che ha istituito il Giorno del Ricordo «per conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale».

A sottolineare l’importanza del 10 febbraio è l’attuale segretario del Centro Studi Fiumani e direttore dell’Archivio-Museo, lo storico Marino Micich, che ci spiega i motivi politici – ma anche culturali – sottesi a quello che da più parti è stato definito un colpevole ritardo: «Il ritardo è dovuto a ragioni politiche, perché per lunghi decenni la vicenda degli eccidi di italiani nelle foibe da parte dei partigiani comunisti jugoslavi, soprattutto a guerra ormai finita, era un argomento difficile da trattare apertamente, così come l’esodo di circa 300.000 italiani dalle terre istriane, fiumane e dalmate. Non esistevano, fino a quindici anni fa, testi scolastici che ricordassero l’occupazione jugoslava di Fiume, Zara e l’Istria e le vittime italiane. Anche Trieste e Gorizia subirono per quaranta giorni una dura occupazione che causò l’uccisione, a Basovizza e Monrupino, di alcune migliaia di italiani. Il Giorno del Ricordo ha sicuramente stimolato le istituzioni pubbliche e scolastiche a studiare e ricordare gli esuli giuliano-dalmati e, in particolare, le vittime delle foibe».

A proposito dell’importanza di ricordare e di promuovere lo studio ma anche la conoscenza da parte dell’opinione pubblica di «una versione dei fatti storici più obiettiva», Micich spiega che «la legge 92/2004 che ha istituito il Giorno del Ricordo è stata ampliata nei contenuti l’anno scorso proprio per favorire la conoscenza di questa storia dimenticata nelle scuole, sostenendo e finanziando viaggi di istruzione a Trieste, ma anche a Pola e a Fiume. Con l’entrata di Croazia e Slovenia nell’Unione Europea oggi è possibile organizzare anche in Istria questo tipo di progetti culturali. Inoltre c’è stata una maggiore diffusione mediatica e anche la produzione di interessanti film sulla questione giuliana».

Quando gli chiediamo se, a vent’anni dall’istituzione del Giorno del Ricordo, ci sia ancora qualcosa da «riparare», Micich risponde che «la legge non riesce ancora a correggere le interpretazioni di alcune parti politiche che tendono a vedere solo un lato della questione, portandole ad addossare al fascismo ogni responsabilità su quanto accaduto, fino a giustificare la reazione dei partigiani jugoslavi con le foibe, dal momento che il regime di Mussolini aveva dapprima vessato le minoranze slave e poi occupato, nel 1941, gran parte dell’allora Jugoslavia monarchica. Non sono in grado di accettare la politica vessatoria del regime comunista jugoslavo, soprattutto quella messa in atto contro gli italiani a guerra finita, che non merita giustificazioni. Il fascismo ha grandi responsabilità ma anche il comunismo jugoslavo, appoggiato da quello italiano, non ne è esente».

Per quanto riguarda le resistenze di carattere ideologico che ancora fanno sentire la propria voce, Micich sottolinea che «l’ostracismo esiste per vari motivi nell’ambito della sinistra non riformata e quindi rimasta ideologicamente legata ai vecchi canoni del comunismo. Gli esuli non difendono né giustificano alcuna idea totalitaria, fascista o comunista che sia, ma chiedono rispetto per aver pagato, dopo la Seconda guerra mondiale, un altissimo prezzo».

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