Libri
L’identità è una finzione che scarta e conserva, separa e purifica.
Laterza ripubblica in una edizione aggiornata il pamphlet dell’antropologo Francesco Remotti, Contro l’identità: un invito a uscire dalla logica di un concetto abusato e distorto, soprattutto dalla politica.
Francesco Remotti, professore emerito di Antropologia culturale presso l’Università di Torino (Imagoeconomica)
Ha ragione l’editore a scrivere, nell’introduzione alla nuova edizione di Contro l’identità, il pamphlet dell’antropologo Francesco Remotti uscito per Laterza nel 1996 e ora riproposto in una versione arricchita da un nuovo prologo e da un nuovo epilogo dell’autore, che la forza e il pregio di certi libri risiedono nella loro durata ma soprattutto nell’attualità che conservano nel tempo. Ciò è tanto più vero se i temi che questi libri affrontano continuano ad avere uno spazio centrale nel dibattito scientifico e in quello pubblico. È il caso del tema dell’identità, che qui si discute. E che, in questi anni, non ha mai smesso di interessare discipline quali l’antropologia, la psicologia e la filosofia, la storia e l’economia ma anche e soprattutto la politica, che ha abusato del concetto, usandolo spesso come un passe-partout da sventolare in modo ambiguo e pericoloso.
E l’idea che, trent’anni fa, ha portato Remotti a occuparsi di identità in una prospettiva problematica – e non più come «un concetto del tutto normale», parte di un lessico «abituale e ormai collaudato» all’interno delle scienze sociali – e a definirla come una parola «avvelenata» e «un guscio lessicale vuoto, e proprio per questo applicabile in maniera disinvolta e spregiudicata», è stata proprio una reazione «critica e polemica» motivata da due preoccupazioni. Epistemologica, la prima: «Ero infastidito dal ronzare continuo del termine e dalla noncuranza con cui era impiegato». Politica, la seconda: «Erano (...) gli anni Novanta, che avevano visto la dissoluzione violenta della Jugoslavia in Europa e, in Africa, il massacro dei Tutsi da parte degli Hutu: identità era parola che risuonava in modo sinistro tanto nei territori della ormai ex Jugoslavia, quanto sulle verdi colline del Rwanda. Identità era pure il termine con cui, in Italia, il partito della Lega mieteva i suoi successi». E dunque, già da qui, capiamo bene quanto la lettura di questo volume sia fondamentale e attualissima.
Punto di partenza dell’analisi di Remotti è l’idea che l’identità non possieda basi biologiche ma sia frutto di una finzione, di un’invenzione costruita per rispondere a esigenze individuali e collettive. L’identità, cioè, nascerebbe dall’esigenza dell’uomo di sopperire alle proprie lacune e carenze biologiche e affrontare i problemi della sopravvivenza, che da solo non potrebbe risolvere. Per farlo, spiega Remotti, gli è necessario il sostegno della cultura: e qui si affaccia il problema dell’identità.
Grazie ai risultati di ricerche paleoantropologiche e a partire dall’assunto «non tanto facile da accettare» che «la natura umana, lungi dall’essere uno strato roccioso, è fatta in buona parte di buchi e di lacune, di indeterminazioni e di potenzialità», il libro ci mostra come il nostro cervello non solo produca cultura ma ne sia innanzitutto il prodotto: «l’uomo diventa tale assumendo subito e direttamente sembianze particolari, forgiate in qualche luogo sociale, in qualche ambiente culturale».
L’identità ha dunque un carattere irrinunciabile che si «avvinghia» alla particolarità: «perché la particolarità è garanzia di coerenza, e la coerenza è un valore tipico dell’identità». E visto che l’identità «si trova maggiormente a suo agio, risulta quanto meno più nitida e visibile, appare più facilmente garantita, là dove si assimila e si separa, che non là dove si connette andando oltre i confini, superando le barriere (logiche o di altro genere), transgredendo limiti e divieti di accesso», l’identità adotta attività differenziate. Scarta e conserva, taglia e ricuce, separa e purifica. Nell’idea che, per mantenere e difendere quello che abbiamo deciso essere la sostanza della nostra identità, gli “altri” siano delle «minacce incombenti di “alterazione”: una sostanza alterata dalla presenza di altri non sarebbe più identità».
In queste procedure che riducono la molteplicità, può trovare quindi un terreno adatto alla crescita, in nome della purezza del corpo e della mente, il «germe della pulizia», che finisce per suscitare e legittimare comportamenti di discriminazione, di rifiuto, di eliminazione. Le società, ci spiega però Remotti, si distinguono a seconda del grado di insistenza sull’identità, del grado di affidamento all’identità. Con conseguenze molto diverse sul piano politico.
E nasce dall’interpretazione della pratica del cannibalismo tra gli indios Tupinamba – dove l’alterità sembra aggiungere completezza all’identità – la possibilità di non uscire dalla spirale che oppone i due concetti.
«Una volta [...] concesso tutto ciò che si deve concedere alle ragioni dell’identità, l’unica via praticabile sembra davvero quella dell’uscita rigorosa dalla sua logica» scrive Remotti. Seguendo la direzione indicata dalla citazione da un saggio dello psichiatra Giovanni Liotti: «in un certo senso, siamo tutti composti di una molteplicità di “Io” o “sé”». E il sé è «intrinsecamente relazionale, multiplo e discontinuo».



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