Libri
Sellerio pubblica Le belve di Clara Usón, romanzo sul male oscuro basco
La scrittrice spagnola ricostruisce gli anni di piombo del suo Paese mescolando ricostruzione storica e finzione letteraria
La scrittrice Clara Uson alla International Book Fair di Guadalajara, Messico (Francisco Guasco, Epa)
Conosciamo Clara Usón, tra le voci più note della narrativa contemporanea spagnola, grazie ai tre romanzi che Sellerio ha tradotto e pubblicato per il lettore italiano negli ultimi dieci anni: La figlia, doloroso racconto degli ultimi momenti della vita di Ana Mladić, figlia del generale genocida Ratzko Mladić, responsabile del massacro di Srebrenica, morta suicida a causa dell’impossibilità di convivere con la scoperta dei crimini paterni; Valori, affondo nella storia del Novecento attraverso tre casi, apparentemente lontanissimi e slegati, che incarnano e raccontano le contraddizioni tra l’integrità e la spregevolezza morale, i paradossi dell’audacia e della viltà, la potenza delle convinzioni personali; L’assassino timido, forse l’opera più matura e convincente, resoconto romanzato della faticosa uscita della Spagna dai decenni bui della dittatura attraverso il disvelamento dell’enigma insoluto della morte di Sandra Mozarovski, giovane star del cinema erotico d’epoca franchista – il Destape – e presunta amante del re Juan Carlos, ufficialmente morta suicida ma probabilmente uccisa dai servizi segreti.
Ora arriva in libreria Le belve, uscito in Spagna nel 2024 e vincitore del Premio Dashiell Hammett come miglior romanzo noir spagnolo.
Un romanzo che si inserisce nel filone letterario che, culminato con il successo internazionale di Patria di Fernando Aramburu, ha contribuito a raccontare il conflitto politico e il terrorismo che hanno insanguinato i Paesi Baschi. Un romanzo ibrido, come i precedenti, dove il resoconto storico s’intreccia con l’invenzione letteraria in una tensione etica testimoniata dalla dedica d’apertura «a coloro che dubitano» – a significare che, compito della letteratura, è scavare nella complessità e nelle contraddizioni della Storia e in quelle degli esseri umani – ma anche dalle parole della narratrice della storia – «Fino a che punto posso inventare o immaginare azioni, pensieri o dichiarazioni di persone che esistono o sono esiste e non sono un prodotto della fantasia?» – e, infine, dalla citazione di Hanna Arendt posta in esergo: «Nella mia vita non ho mai amato nessun popolo o collettività – né il popolo tedesco, né quello francese, né quello americano, né la classe operaia, né nulla di questo genere. Io amo solo i miei amici e la sola specie d’amore che conosco e in cui credo è l’amore per le persone».
E se lo spunto per scrivere La figlia era arrivato dal ritaglio di un’intervista del Times, qui è stato ispirato dalla lettura della sola intervista pubblica rilasciata da quella che è stata considerata tra le più sanguinarie terroriste dell’Eta, accusata di 23 omicidi commessi tra il 1984 e il 1986.
Perché Le belve è innanzitutto la ricostruzione della vicenda, costellata di chiaroscuri, di Idoia López Riaño – soprannominata Trigresa, “Tigre”, per la sua bellezza e la sua implacabilità – che, giovanissima, ha sacrificato la propria vita all’Eta e alla lotta per «l’indipendenza di Euskal Herria»: «Quando finalmente mi hanno dato una pistola, una Browing nove millimetri Parabellum, avevo diciannove anni; in quel momento ho capito quale sarebbe stato il mio destino: carcere, esilio o morte, o forse tutte e tre le cose. È un mostro chi sacrifica la vita per la sua patria?».
Una vicenda che viene usata per riflettere sul nazionalismo estremo, sul mistero della malvagità umana, sulla potenza dei dogmi politici, culturali, religiosi e personali. Per farlo, Usón mescola una rigorosa ricostruzione storica allo sviluppo di due linee narrative di finzione. La prima è impersonata da María Ortega, ispettrice di ascensori ed ex insegnante di storia – cacciata dalla scuola per le sue lezioni che cercano di convincere gli studenti che «lo Stato Nazione è un’invenzione infame» e si concludono sempre con una citazione dello scrittore inglese E.M. Forster: «Se dovessi scegliere fra tradire la mia patria e tradire i miei amici, spero di avere il fegato di tradire la mia patria» – ossessionata dalla figura della Tigresa e dalle vicende dell’Eta. La seconda è affidata alla giovane Miren, figlia adolescente di un poliziotto, un txacurra, nostalgico di Franco – «E in casa mia non si parla male di Franco! Il Generalissimo era un vero uomo, con tutti gli attributi al loro posto» – invischiato nei GAL, i Gruppi Antiterroristici di Liberazione, squadroni della morte composti da poliziotti in borghese accusati dell’eliminazione, tra il 1983 e il 1987, di ventotto persone e di diversi sequestri, anche di innocenti, in quella che è stata definita come “guerra sporca”.
Ed è proprio la vicenda di Miren – strettamente legata a quelle del ragazzo di cui è innamorata, un promettente avvocato dell'Eta – a condurci, grazie alla straordinaria abilità narrativa di Usón, nel cuore di una società, come quella Basca, pervasa da una violenza sistematica. Nei confronti della quale, tutti, che lo volessero o no, vittime e carnefici, sono stati costretti a definirsi.




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