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Simone Matteis

01 Marzo 2026, 20:00

Industria

Il piano per la competitività bloccato dal braccio di ferro Berlino-Parigi

La proposta legislativa Industrial Accelerator Act vittima di due visioni alternative: la difficile scelta tra “made in Europe” e “made with Europe”

Acceleratore industriale, il rinvio Ue per il braccio di ferro Berlino-Parigi

Il presidente francese Emmanuel Macron e il cancelliere tedesco Friedrich Merz (Epa/Olivier Hoslet, Ansa)

BRUXELLES – La nuova strategia industriale europea inciampa all’ultima curva. L’Industrial Accelerator Act (Iaa), il regolamento con cui la Commissione vuole imporre soglie minime di contenuto made in Europe negli appalti e nei sussidi per tecnologie strategiche, avrebbe dovuto essere discusso il 26 febbraio dopo un primo slittamento di ventiquattr’ore per non sovrapporsi al quarto anniversario della guerra in Ucraina. Un nuovo rinvio ha ulteriormente slittato la presentazione al 4 marzo, ufficialmente per rendere la proposta «più robusta» dopo un’ulteriore settimana di discussioni interne.

Dietro le formule istituzionali si consuma, però, un braccio di ferro che tocca almeno due fronti. Il primo riguarda il perimetro del buy European, ovvero il raggio d’azione entro cui poter accedere a fondi pubblici nei settori chiave – dalle batterie al solare, passando per automotive, difesa e clean tech – che l’Iaa intende tutelare dalla concorrenza extra‑Ue. Il secondo appare invece più istituzionale: mentre Commissione e Consiglio ragionano sul grado di apertura ai partner integrati nelle catene del valore, al Parlamento la maggioranza centrista si è già assicurata il controllo del dossier, spartendosi anticipatamente le relazioni legislative sui tre pilastri del pacchetto.

Il rinvio delle discussioni sull’Iaa fotografa una spaccatura tra Capitali e settori economici. Da un lato, Paesi come la Francia spingono per rigorose regole made in Europe, puntando su vincoli stringenti per tentare di schermare l’industria europea dalla pressione di import a basso costo, in particolare dalla Cina. Dall’altro, la Germania guida il fronte di chi spinge affinché le soglie di contenuto europeo possano essere soddisfatte includendo alcuni partner consolidati, come Regno Unito e Turchia, con supply chain profondamente intrecciate a quelle continentali, dall’acciaio all’automotive.

Le bozze circolate sull’Iaa mostrano una Commissione in equilibrio instabile tra queste due visioni. Il testo introduce requisiti minimi di componenti prodotti nell’Ue (o in Paesi equiparati) per accedere a incentivi e appalti in una serie di tecnologie ritenute strategiche, collegando in modo sistematico la spesa pubblica industriale alla localizzazione della produzione. Ma lo scontro si consuma intorno alla definizione di chi può effettivamente beneficiare di questo ombrello: solo Ue ed Efta (il gruppo composto da Islanda, Liechtenstein, Norvegia e Svizzera), oppure anche una cerchia ristretta di trusted partners, in un confronto che oppone la logica del made in Europe a una visione più ampia del made with Europe.

A complicare il quadro c’è poi la dimensione transatlantica. Nei giorni scorsi le clausole di preferenza europea hanno fatto storcere il naso a Washington, che teme di vedere penalizzate in particolare le esportazioni di armamenti e tecnologie verso il mercato europeo. Le tensioni sono cresciute dopo lo stop della Corte Suprema americana ai dazi imposti da Donald Trump: le nuove extra-tariffe globali al 15% delineano per Bruxelles un quadro più svantaggioso rispetto all’intesa raggiunta in Scozia la scorsa estate e clima incerto, potenzialmente acuito proprio dalle discussioni intorno al buy European.

Nel frattempo, tra i banchi della commissione parlamentare per l’Industria (Itre), i coordinatori del Partito Popolare, dei Socialisti e Democratici e dei liberali di Renew hanno siglato un’intesa preventiva che assicura al blocco della “maggioranza Ursula” di avere tra le mani i dossier più sensibili del pacchetto industriale ed energetico, ossia la relazione sull’Industrial Accelerator Act e quelle sugli altri due pilastri, la revisione delle reti energetiche e la direttiva sui permessi. Una “classica” spartizione preventiva: si lasciano fuori dai giochi le altre anime dell’Eurocamera e si distribuiscono le “penne” sui testi chiave in modo da blindare l’agenda legislativa nelle mani della maggioranza che sostiene la Commissione guidata da Ursula von der Leyen, non nuova comunque a cambi di formazione su dossier particolarmente “caldi” e legati, in particolare, alle questioni ambientali o a quel che resta del Green Deal.

Incastri che spiegano perché la settimana aggiuntiva chiesta dalla Commissione è più di un semplice dettaglio procedurale. Sapendo che l’Iaa atterrerà in un Parlamento dove la maggioranza ha già predisposto la propria architettura di controllo, la partita decisiva si gioca mai come adesso sul perimetro dei Paesi partner e sulle clausole di apertura, perché dopo il 4 marzo lo spazio di manovra si ridurrà agli emendamenti di dettaglio più che alla riscrittura dell’impianto. La scelta se includere o meno Regno Unito, Turchia e altri partner nelle soglie di contenuto europeo dirà fino a che punto il nuovo buy European potrà rivelarsi un vero strumento di protezione e rilancio industriale o, piuttosto, una cornice – innanzitutto politica – pensata per riconoscere e disciplinare le interdipendenze non può permettersi di spezzare che l’Europa, stretta com’è fra dazi americani, concorrenza cinese e fratture interne.

Chi sono i Paesi partner

Uno dei nodi più sensibili dell’Industrial Accelerator Act è la definizione dei Paesi partner. Sul piano formale, il regolamento nasce per rafforzare il contenuto “made in Europe” negli appalti e nei sussidi per tecnologie strategiche, legando l’accesso ai fondi pubblici alla localizzazione di una parte rilevante della produzione. Ma le catene del valore di settori come auto elettrica, batterie e acciaio sono da anni integrate con paesi extra‑Ue, a partire da Regno Unito e Turchia. Da qui il dilemma politico: l’industria tedesca e una parte del manifatturiero spingono per includere fra i trusted partners almeno Londra e Ankara, mentre l’ala più protezionista capeggiata dalla Francia teme che un perimetro troppo largo mini l’obiettivo di riportare capacità produttiva entro i confini Ue.

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