Sulla guerra Usa senza strategia
Mentre i bombardamenti di Stati Uniti e Israele contro l’Iran si rinnovano, le onde d’urto si propagano ben oltre il teatro militare, attraversando i mercati energetici e impattando su equilibri geopolitici già fragili. La continua decapitazione del regime da parte di Israele, non ultima l’uccisione di Ali Larijiani membro del Consiglio di Sicurezza Nazionale e di una delle più potente famiglie iraniane, può accelerare la volontà di rivalsa della teocrazia rinforzando ancor più la decisione di dotarsi di un ombrello nucleare come ultima risorsa per la sopravvivenza.
La chiusura dello Stretto di Hormuz non è una minaccia, è di fatto semipermeabile alle navi scelte da Tehran. Le acque attraverso cui scorre circa un quinto del petrolio mondiale si sono trasformate in un campo di battaglia, dove la spada di Damocle iraniana del minamento navale rimane una minaccia effettiva, ed i droni e missili a corto raggio sopperiscono alla mancanza di una flotta navale ed aerea. A sud, gli Houthi, la proxy iraniana in Yemen ha già dimostrato di poter paralizzare il traffico marittimo internazionale su un altro Stretto essenziale per il commercio globale, quello di Bab el-Mandeb. Due strozzature, parte si un solo disegno strategico, quello della resilienza iraniana in caso di guerra totale. Per Washington può ancora essere definita una “operazione militare”, mentre per la Tehran è una questione di sopravvivenza.
Era tutto prevedibile, negli anni precedenti all'operazione, analisti militari avevano ripetutamente simulato questo scenario: una campagna aerea americana avrebbe conseguito obiettivi tattici nelle prime settimane, danneggiando infrastrutture nucleari e decapitando la catena di comando dei pasdaran. Dopodiché, secondo ogni proiezione attendibile, l'iniziativa a lungo termine quella strategica sarebbe passata all'Iran. Non sul campo di battaglia aereo o navale, dove la superiorità tecnologica statunitense non ammette discussioni, ma negli spazi interstiziali della guerra economica, della pressione sulle monarchie del Golfo, delle proxy che seppur indebolite sono ancora presenti dallo Yemen all'Iraq.
Il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (IRGC) non ha dalla sua parte un orizzonte temporale infinito, ma in ogni caso ha ben più tempo degli Stati Uniti. Per Washington i costi dell'operazione militare hanno raggiunto cifre che rendono difficile qualsiasi ottimismo: oltre undici miliardi di dollari in meno di una settimana, secondo le stime che circolano nei corridoi del Congresso.
I raid israeliani ed americani degli ultimi anni, da quelli che hanno decimato la leadership di Hezbollah in Libano a quelli che hanno colpito comandanti dell'IRGC in Siria, hanno eliminato figure che avevano costruito negli anni i piani di resilienza e contrattacco della Repubblica Islamica. Dall’uccisione del Generale Qasem Soleimani nel 2020, il padre dell’asse della resistenza delle forze esterne dell’IRGC (Quds) alla più recente uccisione di Larijani, si conferma che la decapitazione della leadership non equivale ad un cambio di regime.
L'elezione di Mojtaba Khamenei a leader supremo, in un periodo di pace relativa avrebbe probabilmente incontrato insormontabili resistenze all'interno del sistema. In tempo di guerra, la sua ascesa conferma una dinamica tipica del regime iraniano, nei momenti di pressione esterna, il potere dell'IRGC non arretra, si consolida. I pasdaran non sono soltanto un esercito nell’esercito, sono un conglomerato economico, una rete clientelare, un sistema di controllo sociale che permea ogni livello dello Stato.
La società civile iraniana che in larga misura ha accolto con sollievo l’attacco non ha un'alternativa politica organizzata cui aggrapparsi, ed il massacro di migliaia di manifestanti durante le ultime ondate di protesta di piazza ha dimostrato che la macchina repressiva del regime è ancora in forza. I leader possono essere rimpiazzati, ma la struttura istituzionale, per ora, regge.
Gli effetti della pressione iraniana non si limitano al Golfo. La Cina ha perso un pilastro della iniziativa Belt and Road ed ha subito un duro colpo nell’approvvigionamento energetico. In India, il primo ministro Narendra Modi si muove su un terreno sempre più scivoloso: mantenere relazioni con Washington senza compromettere l’approvvigionamento energetico dalla Russia e, al tempo stesso, contenere un dissenso interno crescente, alimentato dalla percezione di un eccessivo allineamento agli Stati Uniti. Episodi recenti, come l’affondamento di una nave iraniana da parte di un sommergibile americano nell’Oceano Indiano, hanno reso ancora più delicato l’equilibrismo politico di Modi.
La guerra ha generato un paradosso strategico: il rafforzamento della Russia. L’aumento dei prezzi dell’energia offre a Mosca un supporto prezioso al bilancio statale per continuare l’invasione dell’Ucraina, allo stesso tempo sottrae a Washington attenzione e soprattutto risorse economiche e militari destinate ad altri teatri; lo spostamento dei sistemi di difesa aerea dalla Corea del Sud al Golfo ne è un esempio.
Secondo Colin Powell, generale e diplomatico americano che diffidava delle guerre senza sbocco, gli Stati Uniti non dovrebbero entrare in guerra senza una superiorità schiacciante, un obiettivo preciso, una via d’uscita e un ampio sostegno. La cosiddetta Dottrina Powell appare oggi archiviata, già all’indomani della Guerra del Golfo degli anni Novanta.


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