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Chiara D'Ippolito

13 Gennaio 2026, 20:10

Celebrazioni

Eugenio Montale e le sue profezie nei toni del grigio sul nostro tempo

A Palazzo Madama la celebrazione di uno schivo poeta europeo premiato con il Nobel nel 1975 dopo un ballottaggio di più nominativi

Eugenio Montale e le sue profezie nei toni del grigio sul nostro tempo

Il poeta Eugenio Montale (Ansa)

«Comunque, non provo alcuna avversione per Roma, non mi è per nulla antipatica, anche se si mangia male, se c’è un cattivo clima e un cattivo riscaldamento e se mi infastidisce la corruzione romanesca della lingua italiana». Eugenio Montale commentava così i suoi viaggi nella capitale, dove pare andasse di rado anche dopo la nomina a senatore a vita nel 1967. Lo leggiamo in una conversazione — e Montale di interviste ne rilasciò moltissime — con Enzo Siciliano apparsa su "La Stampa" del 17 novembre 1973 e raccolta in un prezioso doppio volume curato da Francesca Castellani nel 2021 per Società Editrice Fiorentina. Prezioso perché, attraverso 272 pezzi apparsi su quotidiani, periodici e libri italiani e stranieri, consente di capire meglio, attraverso l’uomo, anche il poeta (e, aggiungiamo, perché ci fa riscoprire quanto, nelle pagine culturali dei quotidiani e dei periodici di un Novecento ormai dimenticato, fossero incisive le conversazioni con i poeti e gli scrittori).

«Gli chiedo come passa le giornate: prendo dei sonniferi e leggo. Qualche volta esco. Ogni tanto vado a Roma», ricorda Enzo Biagi, sempre su "La Stampa", il 24 febbraio 1973. E domani mattina il senatore Montale "tornerà" a Palazzo Madama per un incontro organizzato nella Sala Caduti di Nassirya, su iniziativa del senatore Lorenzo Basso, per celebrare l’autore degli "Ossi di Seppia" e di "Auto da fé" nel cinquantesimo del Premio Nobel.

Già, il Nobel. È di qualche giorno fa la notizia che, negli archivi della Nobel Foundation, aperti come di consueto mezzo secolo dopo le assegnazioni, i verbali rivelerebbero che la candidatura di Montale fu, per così dire, un ripiego rispetto a quelle più accreditate di Saul Bellow, Doris Lessing, Nadine Gordimer e Graham Greene. Chissà come avrebbe reagito il poeta. Possiamo solo fare un’ipotesi: probabilmente con la solita ironia. La stessa che usò dopo la telefonata dell’ambasciatore italiano in Svezia che gli annunciava il riconoscimento: «Dovrei dire cose solenni, immagino. Mi viene un dubbio: nella vita trionfano gli imbecilli. Lo sono anch’io?» (a Giulio Nascimbeni, "Corriere della Sera", 24 ottobre 1975) e, qualche mese più tardi, «Magari diventerò Papa. Se c’è tanta avanguardia, tanto dissenso nella Chiesa, perché un borghese non potrebbe diventare Papa?».

Se l’incontro di domani è dedicato a «un poeta europeo» — il Montale giornalista fu inviato del "Corriere" a Strasburgo — e rifletterà sull’avvento dell’uomo-robot e sull’uso delle nuove tecnologie a partire dal celebre discorso di accettazione del 1975 — «Nell’attuale civiltà consumistica che vede affacciarsi alla storia nuove nazioni e nuovi linguaggi, nella civiltà dell’uomo-robot, quale può essere la sorte della poesia? (…) Che l’orto delle Muse possa essere devastato da grandi tempeste è, più che probabile, certo. Ma mi pare altrettanto certo che molta carta stampata e molti libri di poesia debbano resistere al tempo» — sono tante e attualissime le “profezie” di Montale sul mondo (culturale) contemporaneo.

La prima, ancora dai volumi curati da Castellani, è quella che trasmise a Giovanni Grazzini sul "Corriere": «Fra qualche anno l’Italia sarà piena di disoccupati intellettuali, forniti di titoli di studio che non varranno più nulla… Nessuno si rassegna più alla propria condizione (…), la filosofia è morta, siamo guidati da gente mediocre, la società ha bisogno di uomini di modesta levatura che sappiano fare un mestiere e basta…».

La seconda, sull’arte della lettura, è forse ancora più illuminante e la troviamo in un’intervista radiofonica mandata in onda dalla Radio Svizzera il 29 agosto 1974.

Montale, come sappiamo, fu anche giornalista, traduttore e critico musicale e letterario. Ma fu anche un lettore davvero d’eccezione, sganciato da ogni tentazione ideologica o programmatica. «La lettura lenta è quasi scomparsa, in genere il libro viene sbirciato, annusato. Non è cattiva pratica, perché nel novantanove per cento dei casi, in cinque minuti, così, annusando un libro, si sa già tutto: si capisce se vale o non vale veramente la pena di leggerlo», disse commentando "L’art de lire", “manifesto” per la lettura lenta pubblicato dall’accademico di Francia Émile Faguet nel 1912. Una chiosa, quella di Montale, che non potrebbe essere più attuale, sommersi come siamo dal diluvio delle uscite editoriali.

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