Da Bruxelles
Ue, scontro tra industriali e ambientalisti sulle quote per emissioni di carbonio
Il Direttore generale di BusinessEurope, Markus Beyrer, e la Presidente della Commissione, Ursula von der Leyen (Olivier Matthys, Ansa)
BRUXELLES – Con l’entrata in vigore del meccanismo di aggiustamento alle frontiere (Cbam) a partire da inizio anno, la revisione dell’Emission Trading Systems (Ets) e la fine graduale delle quote gratuite di CO₂ è tornata al centro di uno scontro politico che a Bruxelles intreccia clima, competitività e politica industriale finendo per intercettare direttamente gli interessi delle 27 Capitali.
Fino a oggi l’Ue ha protetto i settori più esposti alla concorrenza internazionale – acciaio, cemento, fertilizzanti, alluminio e altri comparti energivori – assegnando una parte significativa dei permessi Ets in maniera gratuita, nel tentativo di scongiurare l’esodo della produzione verso Paesi con regole ambientali più deboli alimentando il cosiddetto carbon leakage. Dal 2026, però, il Cbam comincerà ad applicare un “costo CO₂” anche ai prodotti importati, con un phasing‑in che cresce fino al 2034 di pari passo con l’azzeramento delle quote gratuite assegnate.
Su questa architettura si innesta una revisione profonda dell’Ets: la Commissione è al lavoro per una riforma che dovrà decidere se confermare l’attuale traiettoria oppure rallentare il phase‑out per tenere conto delle emissioni industriali che inevitabilmente persisteranno. Dall’esito della questione, solo apparentemente tecnica, dipenderanno il prezzo del carbonio, la credibilità del principio “chi inquina paga” e il segnale inviato agli investitori sulla serietà dei target 2040.
A tenere in vita il dibattito fuori – e attorno – a Palazzo Berlaymont è lo scontro tra la sfera imprenditoriale e quella più vicina alle questioni ambientali. BusinessEurope, la principale lobby europea delle imprese, ha alzato il tiro chiedendo esplicitamente alla Commissione di «riconsiderare il phase‑out pianificato delle quote gratuite per tutti i settori» nell’ambito della revisione Ets. Secondo i rappresentanti dell’industria, la protezione attuale non è sufficiente a compensare il divario strutturale dei costi, rendendo necessari almeno due correttivi: rimandare la fine delle quote gratuite per i settori Cbam finché il meccanismo non avrà dimostrato un impatto reale nella prevenzione del carbon leakage, e rivedere non soltanto i benchmark di assegnazione delle quote gratuite ma anche la lista dei settori considerati a rischio.
Sul fronte opposto, associazioni e Ong climatiche guidate da Can Europe mettono in guardia contro qualsiasi annacquamento della riforma Ets. In una lettera inviata nei giorni scorsi agli Stati membri, la rete parla di «attacchi» alla fine delle quote gratuite attribuibili a «un ristretto gruppo di attori con interessi consolidati», che non rappresenterebbe l’intero ecosistema industriale europeo. Per le Ong, fare marcia indietro sulle free allocation minerebbe la prevedibilità necessaria a sbloccare gli investimenti in decarbonizzazione e svuoterebbe di contenuto il segnale di prezzo sulla CO₂. La ricetta proposta dagli ambientalisti si dimostra di fatto opposta a quella dell’industria: usare in modo più mirato i proventi delle aste Ets per finanziare progetti di riconversione industriale e destinare «una quota significativa» delle entrate direttamente ai cittadini, anche attraverso strumenti sociali ad hoc, anziché prolungare la gratuità dei permessi.
Fra queste due spinte – da un lato la richiesta di più protezioni, dall’altro il timore di una deregulation – si colloca la scelta politica. Il compromesso che uscirà dalla revisione Ets dirà se l’Europa considera ancora il prezzo della CO₂ il fulcro della sua politica industriale green o se, di fronte alla crisi di competitività, è pronta a rallentare la corsa e a tenere aperto più a lungo il paracadute delle emissioni gratuite.



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