Ambiente
Quote per emissioni, l’Ue verso la revisione. Ma la linea italiana non convince i leader
Francia, Spagna e Germania contrarie alla sospensione chiesta da Roma. Orsini: «I ricavi delle aste vadano alle imprese»
Bart De Wever, primo ministro belga, Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, Ursula Von Der Leyen, presidente della Commissione, e Friedrich Merz, cancelliere tedesco (Imagoeconomica)
BRUXELLES – La competitività si conferma in cima all’agenda europea in questo inizio 2026. Parola chiave dei report a cura degli ex premier italiani Mario Draghi e Enrico Letta, la spinta a non perdere ulteriore terreno nei confronti di Stati Uniti e Cina aveva subito un’ulteriore accelerata dopo il vertice informale dei leader Ue ad Alden Biesen, lo scorso febbraio. Ieri, in occasione del primo Consiglio dell’anno, i temi di natura economica e industriale sono stati al centro del dibattito che ha tenuto impegnati i 27 capi di Stato e di governo. Il fronte più incandescente del summit andato in scena a Bruxelles ha riguardato l’Emission trading system (Ets), il meccanismo di compensazione per le emissioni di carbonio in vigore dal 2006.
Il principio “chi inquina di più, paga di più” impatta sui costi energetici europei in maniera differente a seconda dei Paesi: l’Italia, considerata la propria dipendenza dal gas, risulta tra gli Stati più colpiti con un peso dell’Ets stimato fino a un quarto del costo complessivo dell’elettricità. Roma spinge da tempo per una sospensione del meccanismo in attesa di una «revisione profonda», annunciata da Bruxelles ma prevista non prima dell’estate. «In un anno l’import dalla Cina è cresciuto del 32% e contestualmente abbiamo perso un milione di posti di lavoro: serve un cambio di passo per la competitività europea» avverte il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, volato a Bruxelles proprio in vista del vertice Ue. «Nel 2019 il costo dell’Ets era di 6 euro a tonnellata, oggi invece siamo arrivati a 80 euro. La speculazione ha reso questo mercato insostenibile, con il rischio che le nostre imprese finiscano per trasferirsi all’estero dove l’energia costa di meno».
Il caso italiano, però, nelle ultime settimane si è rivelato essere quasi isolato. Il cambio di narrativa assunto dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ne è una dimostrazione: in una lettera sottoscritta assieme ad altri nove leader europei, si accantona la prospettiva di sospensione per abbracciare quella di una «revisione profonda» che comprenda anche l’estensione dell’assegnazione di quote gratuite oltre il 2034. In Italia il costo dell’elettricità sfiora i 130 euro al megawattora: molto più che in Francia (72) e Spagna (47), per l’impatto – rispettivamente – di nucleare e rinnovabili. E poi c’è la Germania, che nell’ultimo anno ha stanziato oltre 26 miliardi dal bilancio per far fronte all’aumento dei costi in bolletta.
La richiesta di riassestare l’Ets su «esigenze vere rispetto a vent’anni fa» suona come un grido d’allarme che rischia, tuttavia, di infrangersi contro il muro della Realpolitik. Non è un mistero che Parigi e Madrid si dicano da sempre contrari alla sospensione dell’Ets così come inizialmente richiesto da Roma, allineandosi al blocco di Paesi del Nord Europa. Quanto a Berlino, la posizione mantenuta è stata tendenzialmente più cauta sposando la linea revisionista, in scia con quanto anticipato da Ursula von der Leyen ai leader Ue a poche ore dal Consiglio. Secondo fonti diplomatiche, la lettera inviata dalla presidente della Commissione contiene «alcune piste da approfondire sulla base delle situazioni di mercato relative a ogni Stato membro», lasciando intendere che il testo delle conclusioni prodotte al termine del vertice di Bruxelles potrà essere orientato verso un «lavoro congiunto» con Bruxelles per raggiungere misure il più possibile «mirate» nell’interesse dei singoli Paesi.
Nonostante la spinta dal governo, con buone probabilità la sospensione dell’Ets non passerà il vaglio del Consiglio anche se – come lasciato intendere da alcune fonti vicine alle discussioni – l’obiettivo dell’Italia resta la «riduzione dei costi energetici, senza vincoli legati ai singoli strumenti». L’Italia dovrà comunque fare i conti con gli altri Stati Ue: «Mi auguro che nessuno voglia fare fughe solitarie in avanti» dice Orsini, sottolineando come «lasciare indietro l’Italia causerebbe un danno all’intera manifattura europea». Nemmeno la sfera nazionale è esente da responsabilità: «Ci aspettiamo che i proventi dell’Ets vengano destinati interamente alle imprese» rimarca il presidente di Confindustria. Di recente, uno studio del think tank Ecco ha mostrato come tra il 2012 e il 2024 le aste Ets hanno fruttato all’Italia 18,2 miliardi, ma solo 1,6 miliardi (circa il 9% del totale) sono stati spesi in misure climatiche: una questione cruciale anche nell’immediato futuro, se si considera che fino al 2030 l’incasso stimato per l’Italia dovrebbe sfiorare i 33 miliardi.

130 Mw/h
costo dell’elettricità in Italia
72 Mw/h
costo dell’elettricità in Francia
47 Mw/h
costo dell’elettricità in Spagna



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