19 Marzo 2026 | 21:37

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Simone Matteis

19 Marzo 2026, 20:00

Il caso

Il veto di Orban ostacola l’accordo sul prestito a Kiev

Il Consiglio Ue approva il testo sull’Ucraina senza Ungheria e Slovacchia. Zelensky: «Gli aiuti per noi sono vitali, l’adesione è questione di fiducia»

Sui 90 miliardi per Kiev resiste il veto di Orban

Il presidente ucraino Zelensky si rivolge in videoconferenza al Consiglio europeo (Geert Vanden Wijngae, Ansa)

BRUXELLES – Sul dossier Ucraina l’Europa registra la più classica delle fumate nere, traduzione della «frustrazione» circolata fino all’ultimo negli ambienti diplomatici nei confronti dell’intransigenza dell’Ungheria – ma pure della Slovacchia – sul via libera al prestito da 90 miliardi per Kiev. Una misura emergenziale, 60 miliardi per la difesa e 30 miliardi per il bilancio, concordata al Consiglio europeo di dicembre ma che continua a rimanere in bilico dal perdurare dei veti posti da Robert Fico e soprattutto da Viktor Orban. Il presidente ungherese è al centro di una partita delicatissima: in corsa per le presidenziali e dato in forte svantaggio dai sondaggi, Orban ha cavalcato la scia innescata dal malfunzionamento dell’oleodotto Druzhba incolpando l’Ucraina e puntando – se ancora ce ne fosse bisogno – ancora di più i piedi in direzione opposta a quella di Bruxelles.

L’Europa, dal canto suo, proprio nei giorni scorsi aveva tentato di aggirare l’ostacolo inviando una delegazione tecnica in Ucraina per valutare i danni all’impianto energetico che trasporta il petrolio russo in Ungheria e Slovacchia attraverso il territorio ucraino, in applicazione di una speciale deroga alle sanzioni. Ad oggi, però, la task force non ha ancora ottenuto l’autorizzazione a recarsi sul luogo in cui l’oleodotto è danneggiato e, per di più, Orban e Fico hanno criticato l’assenza di esponenti ungheresi e slovacchi alla missione europea. Niente da fare, dunque, per chi pensava che una spedizione sotto l’egida dell’Ue – assieme alla promessa di riparare i danni alla pipeline con fondi comunitari – avrebbe potuto rabbonire i due leader. Ieri, in Consiglio, la linea non è cambiata di una virgola e i veti al cavillo tecnico che lascia bloccato il prestito per l’Ucraina si sono puntualmente ripresentati. Una decisione «inaccettabile» l’ha definita il presidente Antonio Costa, ma la sostanza resta immutata.

A niente è servito l’appello rivolto ancora una volta dal presidente ucraino, Volodymyr Zelensky: «Da tre mesi la più importante garanzia di sicurezza finanziaria per l'Ucraina da parte dell'Europa non funziona», ha detto riferendosi al pacchetto da 90 miliardi previsto per il biennio 2026-2027. «Si tratta di una risorsa fondamentale per proteggere vite umane, ma non sappiamo con certezza se questo sostegno verrà sbloccato». Zelensky rincara ulteriormente la dose, tornando a invocare per l’Ucraina l’ottenimento di una data certa per l’adesione all’Unione europea: «Il ventesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia è in fase di stallo, mentre avrebbe potuto continuare a esercitare pressioni sulla Russia affinché si muovesse verso una pace reale. Questo non deve accadere con l'apertura dei cluster per l'Ucraina o con la nostra adesione: è una questione di fiducia, sicurezza e futuro», ha detto rivolgendosi in videocollegamento ai leader Ue riuniti a Bruxelles.

Senza Ungheria e Slovacchia, gli altri 25 capi di Stato e di governo hanno quindi firmato il testo delle conclusioni in cui si mette nero su bianco l’auspicio che «la prima erogazione all'Ucraina avvenga entro l'inizio di aprile». In merito al processo di adesione, si legge ancora nel documento, i leader sottolineano come «il futuro dell'Ucraina e dei suoi cittadini risiede nell'Unione europea»: il Consiglio «accoglie con favore i significativi progressi compiuti finora dall'Ucraina in circostanze estremamente difficili» e incoraggia Kiev ad attuare le «ulteriori riforme necessarie» per l'apertura di tutti i cluster negoziali.

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