L'Europa non esiti e difenda il diritto
Nel caos multipolare l’Europa non può più esitare
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Le prime due settimane della terza guerra del Golfo hanno chiarito che non assistiamo soltanto a un’escalation militare. Stiamo osservando qualcosa di più raro nella politica internazionale: la progressiva dissoluzione dell’ordine che pretendeva di governarla. Le regole non sono più violate. Sono ignorate. Ciò che vediamo è più radicale: la dissoluzione della grammatica minima che consentiva agli Stati di comportarsi come se un ordine legittimato dal diritto esistesse davvero.
Il segnale più eloquente non è stato l’avvio dei bombardamenti senza consultare gli alleati occidentali; né l’assenza di una dichiarazione di guerra; né affermazioni come «la guerra finirà quando lo sentirò sulla pelle». È stato il silenzio. Il G7 ha prodotto un comunicato calibrato per non prendere posizione. L’Assemblea generale delle Nazioni Unite è muta. Quando le istituzioni cessano di produrre linguaggio vincolante, il loro capitale di legittimità evapora. Un diritto che tace smette di esistere.
L’artefice di questa torsione è l’amministrazione americana. In poco più di un anno ha portato al parossismo fratture stratificate nell’era post-Guerra fredda. La politica estera statunitense non concepisce più il mondo come uno spazio di negoziazione tra attori legittimi. Lo concepisce come una gerarchia rudimentale.
La guerra contro l’Iran - non dichiarata, priva di obiettivi politici chiari e senza un orizzonte temporale credibile - è la seconda operazione di questo tipo dall’inizio dell’anno. In pochi mesi si è consolidato un modello operativo collocato in una zona grigia del diritto internazionale. Nel frattempo proseguono le operazioni israeliane nella regione. Gaza è uno spaventoso paesaggio di distruzione, destinato a decenni di ricostruzione affidata, per ora, a nessuno. L’accesso agli aiuti umanitari è ostacolato in ogni modo. Il Libano meridionale è sotto crescente pressione militare nonostante la presenza della missione Unifil. La Cisgiordania vive in uno stato di tensione permanente.
La questione non è stabilire chi abbia iniziato la crisi. È capire chi tragga beneficio da una trasformazione che sta ridisegnando le catene globali del valore. Ciò che era stato annunciato come un intervento per un regime change a Teheran è già un conflitto che si estende lungo la fascia meridionale del Mediterraneo. Le conseguenze economiche saranno rilevanti. L’Unione Europea è un insieme di economie dipendenti dai flussi energetici provenienti da un’area ora destabilizzata. Uno shock petrolifero su larga scala è lo scenario più plausibile. L’invasione russa dell’Ucraina ha mostrato quanto un conflitto regionale possa rapidamente propagarsi ai mercati globali e da essi all’economia reale. Dall’inizio della guerra Mosca incassa circa 150 milioni di dollari al giorno dalle esportazioni petrolifere. L’instabilità nel Golfo - che concentra circa un terzo delle riserve mondiali - apre imprevedibili prospettive speculative.
Le dinamiche geopolitiche, tuttavia, non spiegano tutto. Le percezioni politiche occidentali hanno radici domestiche profonde. Negli ultimi quarant’anni l’aumento delle disuguaglianze e l’erosione della sicurezza economica hanno prodotto elettorati più diffidenti verso le élite, più permeabili al nazionalismo economico, desiderosi di rassicurazione attraverso la semplificazione e la promessa di ordine. A questo si aggiunge la memoria delle guerre successive all’11 settembre. Come il Vietnam, la guerra globale al terrorismo ha consumato la legittimità internazionale americana e generato stanchezza interna verso gli impegni globali. Afghanistan e Iraq hanno provocato circa 950.000 morti e decine di milioni di sfollati, con costi stimati tra cinque e otto trilioni di dollari. Il costo sociale interno è stato immenso e si è concentrato in regioni che oggi costituiscono una parte significativa della base elettorale del trumpismo.
La crisi della leadership americana non è soltanto Trump. È il risultato di oltre vent’anni di decisioni bipartisan che hanno polverizzato credibilità e autorità, dentro e fuori gli Stati Uniti. È plausibile che nelle guerre post-11 settembre si collochi l’inizio del declino accelerato del Secolo americano. Le grandi potenze raramente riconoscono quando il proprio primato diventa strutturalmente contestato. Continuano ad agire come se nulla fosse cambiato. Il presente è un interregno. Il sistema che emergerà sarà caoticamente multipolare. La Cina accresce il proprio peso. Gli Stati del Golfo accumulano capitali e influenza energetica. La Russia mantiene una significativa proiezione politica e ideologica. Gli Stati Uniti restano potenti, ma non sono più il perno dell’ordine liberale che avevano contribuito a fondare.
In momenti come questo la tentazione dell’immobilità è forte. Limitarsi a registrare il collasso dei principi può sembrare prudente. Annuire compiacenti è la strada più semplice. È anche la più sterile. Le transizioni sistemiche non eliminano lo spazio politico: lo ampliano. Se esiste ancora un soggetto capace di aggiornare l’eredità istituzionale del secondo dopoguerra, è l’Unione Europea. Non per la forza militare, ma perché rappresenta il più sofisticato esperimento storico di integrazione tra Stati sovrani. Per questo l’Europa non può più permettersi esitazioni. L’ordine internazionale sopravvive solo se qualcuno sceglie di difenderlo. L’unico errore irreparabile è non riconoscere le opportunità quando si presentano. Le crisi sistemiche raramente offrono più occasioni. Quando lo fanno, la responsabilità è storica, anche se, come oggi, la classe dirigente non è all’altezza. Talvolta si agisce non perché le élite siano brillanti, ma perché la sopravvivenza stessa dipende dalla loro capacità di non annegare.


